giovedì 8 dicembre 2022

INTRODUZIONE AI LUOGHI DEI RACCONTI E COLLOCAZIONE NEL TEMPO.

Sono nato una mattina di Aprile del 1963 e contravvenendo alla regola che ad Aprile e' bello dormire, ho deciso di svegliarmi, respirando da subito l'aria del mio paese. Sono nato tra queste mura da cui sto scrivendo, sono uno dei tanti conigli estratti dal cilindro della mitica Tilde, la levatrice che sforno' negli anni, bambini Cunardesi come tante calde e golose brioches. Qualcuno scoppiò mortaretti alla mia nascita, qualcuno storse il naso, ma non si puo' essere una lieta novella per tutti. Qualcuno fu presa dall'entusiasmo che condivise con la mia nonna Veronica....''E' nato è nato....Ho sentito piangere.''..Qualcunaltra, si sentì da subito, messa ulteriormente in un angolo...''Eccoooo..Adesso mi toccherà prenderle anche per Lui.''  La Clara..La mia mamma....mi raccontò che il Bepi mica c'era quando che era lì per travagliare...Non era mica come oggi che i papà svengono in sala parto, quando che assistono al parto dell'erede...E si preparano all'evento settimane prima...Il Bepi era al lavoro. all'Aermacchi diVarese. Reparto Sprague. Qualcuno, nel mezzo della mattinata di lavoro lo avvertì...Gli disse...''Robustelli...Va che è nato il maschio.'' L'erede quindi. Quindi, cercato penso. Un colpo sparato 10 anni dopo la prima bordata andata a segno, non e' casuale...e' voluta. Quindi: Eccomi qua. Il Bepi:...(Così Io immagino:..).Alla notizia...Spense la saldatrice a filo. Chiuse la rotella dell'ossigeno. Si levò la maschera da saldatore. Tolse i guanti DPI..Andò nei bagni della ditta...Si lavò le mani...Timbrò il cartellino di uscita, con insolito anticipo...e si avviò alla fermata della SVIT...Magari con il ''Toni'' sotto braccio da portare a casa a lavare in anticipo....visto che sono nato di giovedì. Prende la corriera e a casa trova Me. Un altra bocca da sfamare. Ma voluta.  Mi hanno dato nome Graziano, meglio di quello che mi sarebbe toccato, se qualche illuminato non si fosse opposto. Erano i tempi di Gimondi e qualcuno sbotto'..."Si bravo..cosi' se cade in un tombino? Chi lo tira fuori se grida e dice.. ''Son Felice nel tombino..." Diciamo che la scelta alternativa non mi ha mai sconfinferato, quindi Gra, e' il nome con cui poi mi ha sempre chiamato chi mi ha in confidenza, per cui Gra basta e va

benissimo. Da sempre fui orgoglioso quando durante le elementari le insegnanti ci chiedevano "Dove sei nato?" di poter rispondere  "a Cunardo!! " mentre qualcuno gia' aveva aperto la lista dei nati  a Varese o Luino. Nulla di che, ma da bambini qualsiasi cosa fa competizione, anche se ancora oggi, mi sento un gatto col topo in bocca quando osservo la mia Carta di Identita' e leggo: nato a Cunardo. Sono nato nel Cantun Merda, quella zona immaginaria che vede la sua collocazione originale in via Montenero, salendo per via Marconi, ma ha confini approssimativi in Via Vaccarossi, i Mott, la Calabria e il Castelvecchio fino a sopra il boschetto che guarda le scuole. Insomma. Il Burg deserto degli anni Duemila, ma che quando son nato me, urlava e pulsava di vita come non mai. Quando qualcuno aveva difficolta a sapere chi fosti, dopo varie spiegazioni concludeva con " Ah, te ste su nel Cantun Merda?" Ma io certe eventualita' non le ho vissute perche' ho vissuto di riflesso del mi babbo. Per chi lo ha conosciuto, io ero e resto il Fio' du Bepi. A parte la sua fama di "ciclista", come segretario degli ex  combattenti, ha presenziato piu' volte Lui con la bandiera, alle varie manifestazioni ufficiali e funerali a Cunardo, che nessun altro. Per cui, nella fortuna c'era anche la sfiga che era facile che gli riportassero ogni cosa che non sconfinferava con la sana crescita di un bambino, che non osservava i canoni di una societa' di paese, aggregata e unita come la Cunardo in cui sono nato. In quei tempi si era figli di tutti. La comunita' buttava sempre un occhio silente sui figli degli altri. C'era sempre qualcuno che vegliava e poi al primo incontro faceva il resoconto ai genitori. E si era piu' sereni e tranquilli perche' anche quello faceva parte di un paese unito e complice, nell'allevare le generazioni future. Si andava a scuola a piedi, la via Vaccarossi era a doppio senso di circolazione, ma le macchine erano davvero poche e al massimo una per famiglia. Era una Cunardo ancora ben distinta in sciuri, figli di sciuri, operai e figli di operai. Io non ero di sicuro figlio di sciuri. Mio papa'manteneva l'intera tribu' col suo lavoro e con il suo hobby si tirava fuori i vizi. Niente auto, niente superfluo. Il primo prosciutto crudo lo mangiai a 12 anni e la prima banana, suppergiu'. In compenso ho mangiato le zampe di gallina, i prede', i rognoni, i pescitt de purscell, la lingua, le cervella, la cua de maial, i urecc, i busecc, le croste di formaggio sulla stufa, la polenta abbrustolita col gorgonzola o lo zucchero, il sangue con il pan grattato... E ora se qualcosa non mi piace almeno la ho assaggiata e posso darne una ragione. Ho avuto un pollaio e una capunera di conigli e le papere che scappavano quando col primo pallone sgonfio giocavo in mezzo agli escrementi delle galline in tre metri quadri di orto. Ho avuto la fortuna di nascere in un contesto ancora di reminescenze rurali e contadine, dove la mia nonna Veronica, mi mandava alla sera dal Togn D'Agostini a prendere il latte appena munto con un pentolino. Non ho mai dovuto andare in un agriturismo per vedere un animale,  perche' Cunardo e soprattutto il Cantun Merda pullulavano di pollai, di conigliere e delle ultime stalle. Era una Cunardo di lobbie, quei balconi di legno che d'autunno si coloravano di arancio per le pannocchie messe al sole a seccare, e di cassette di castagne, trofeo esibito con orgoglio dopo giorni di serene battute nei boschi limitrofi. Era una Cunardo in cui un bambino poteva scorazzare entrando e uscendo da una proprieta' senza che suonassero allarmi  o qualcuno ti aizzasse contro un cane,  perche' tutti avevano un occhio benevolo per la tua imberbe voglia di conoscere e di esplorare. La prima tele, arrivo' in casa nostra  nel 1972, ma mi persi gli Europei, cazzarola. Ricordo le sere che con tutta la tribu', ci recavamo dalla Ginetta e l'Italico, in Piazzetta, l'attuale  "Piazza Sicilia " al ristorante Maurin, insomma...Per tutti "La pasticceria" che in seguito divento' da ''Marisa'' e da poco ''La Vecchia Cunardo'', per vedere la TV insieme ad altri avventori che non avevano ancora avuto modo di adeguarsi a quello che sarebbe stato definito il boom degli anni sessanta. Poi nel 1974 finalmente arrivo' anche in casa mia, la TV, in tempo per vedere il mio idolo segnare il gol della sua vita. Vivere nel cantun Merda aveva un duplice significato. O eri all'inizio di Cunardo o eri alla fine, a seconda di come  giravi la cartina. Diciamo che in quegli anni il confine era stabilito dal Grotto da un capo e dal Bar Tre valli dall'altro come ultimo avamposto associativo. Dopo di che, il distributore di benzina del Canci sembrava ti volesse fare l'ultimo pieno e darti una pacca sulla spalla, prima di avventurarti nei meandri del Varesotto, perche' dopo il Bar Tre Valli, la zona abitata era pressocche' nulla e dopo il benzinaio erano solo prati e prati, poiche' il Capuccetto Rosso e la "pesca delle trote" del Gaiga, sarebbero arrivate di li a qualche anno. Niente complesso della Pontresina, fino agli anni 80, ne Tigros, ne Di Piu' o Centro Carni. Solo ed esclusivamente prato. Dall'altro capo il Grotto era il fiore all'occhiello del Cantun Merda. Ma il Grotto, Grotto mica l'attuale esercizio. Il Grotto della Rosetta e del Tino. Romitaggio estivo di tutti i Cunardesi in cerca di fresco. Punto di aggregazione e di socializzazione con i ''paciaaria'' estivi che uscivano a villeggiare, perche' a Cunardo c'era l'aria buona e il posto attizzava di brutto.  Era una Cunardo che ancora aveva reminescenze  agricole, chiunque aveva un piccolo pezzetto di terra rubato ad un prato, in cui coltivare qualche ortaggio. Ricordo che i miei genitori coltivarono per anni un piccolo pezzetto di terra che loro definivano "provincia" proprio perche' situato sulla provinciale, di fianco al  "valecc ", proprio di fronte all'attuale ex ''Bar Angolo, Tana del Luppolo, La volpe e l'uva, A modo mio e ora House ecc.''  Spesso in quegli anni il Bepi, mio papa', mi portava con lui in provinciale con il cestino e il messarol (il falcetto) a tagliare l'erba per i conigli. Io mi vergognavo come un ladro. Che pirla che ero. Col senno del poi, a distanza di 45 anni, i piu' bei ricordi della mia vita comprendono proprio momenti come quelli. Come quando seduto su una piramide di patate appena raccolte (avro' avuto 4 anni)  mia nonna Veronica mi traino' fino a casa su di un carrettino, dalla localita' Tenda, vicino al Punt Niv,( passate le proprieta' dei Scapinello, costeggiando il Margorabbia, dove ora e' situata la Baita) o quando portato a casa il fieno e riempito il fienile con ore di forcone, ci passavo i pomeriggi a leggere i ''giornaletti'' e poi i miei abiti profumavano. O quando sempre mia nonna trasformo' la sua cucina in un deposito di granoturco simile a quello di Paperon de Paperoni dopo aver affittato una macchina per sgranare le pannocchie. Il locale fu invaso per mezzo metro solo di chicchi di mais e io che non ero ancora adulto ci sguazzavo fino a meta' gamba. Tutto poi sarebbe stato traslocato al mulino Rigamonti per fare farina. Quando crescendo cominciai a zampettare in giro, allargando i miei confini da solo, intorno a me,  fuori dai confini del Cantun Merda, mi si apri' un mondo. Come tutti i cuccioli in fase di apprendimento e di curiosita' esplorativa, scoprii ogni giorno nuove Corti, passaggi, vicoli, sentieri, scorciatoie, cominciai a rendere famigliari i visi della persone che poi a poco a poco sarebbero diventate il mio quotidiano. Cunardo viveva di Corti. Erano dei piccoli microcosmi a se stanti che si riunivano sotto un solo spirito comune e di appartenenza al paese, ogni qualvolta c'era una festa o una celebrazione. Piccolo come ero mi sembrava un paese molto vecchio, ma erano le persone che erano gia' piu' mature di quello che era la loro eta' anagrafica. Persone che da poco avevano accantonato l'esperienza della guerra, della fame e del sacrificio. Persone con alti valori  assorbiti dalle famiglie, dagli avi e dalle tradizioni. Una ben delineata gerarchia in base all'eta', il ruolo familiare e il carisma che esprimevi nella comunita'.  Arrivata l'eta' dell'asilo cominciai anche a interagire con gli altri bambini Cunardesi. E cosa particolare, ancora oggi quando incontro qualcuno che non vedo da moltisssimi anni , me lo ricordo, se era con me all'asilo e come fosse cambiato negli anni. Ricordo perfettamente quel periodo. Il cestino di vimini con dentro la merenda. Le suore mi assegnarono come simbolo una ranza. Una falce per il grano insomma. Il simbolo del sinisto mietitore. La morte...Brrrrrrrrrrrrrr. Un piccolo quadrato di stoffa, con una falce su sfondo rosso, che sarebbe stato cucito sul grembiulino, la sdraio e l'attaccapanni. Ricordo ancora, i pomeriggi in cui la sala per ricreazione veniva trasformata in dormitorio dalle suore, che disponevano le tante sdraiette verdi tipo spiaggia e poi creavano una certa penombra abbassando le tapparelle non completamente. E quando ti svegliavi era l'ora di andare a casa. Si usciva alle quattro. Fuori le mamme vocianti e noi seduti sugli scalini in attesa di essere prelevati. Sembravamo un puzzle che a poco a poco perdeva i pezzi. E quando toccava a te allora non vedevi l'ora di raccontare cio' che avevi fatto con gli altri bambini e le esperienza della giornata. Il primo giorno mi venne a prendere mia nonna e mi rivedo ancora agitare durante il tragitto il mio cestino avanti e indietro, mentre camminavo e raccontavo. Mia nonna era molto amica delle suore, soprattutto di suor Maria Vittoria. Tutte le domeniche pomeriggio mi portava con se al vespro, dopo di che passava un paio d'ore all'asilo a chiacchierare con le suore. Era evidente che un bambino si sarebbe annoiato, cosi', la Madre Vittoria mi apriva una porta situata alla sinistra dell'entrata principale dell'Asilo, nel corridoio. Percorrendo una scala, portava ad uno scantinato.  Mi venne l'acquolina in bocca. Giocattoli, di tutti i tipi, quasi tutti di legno. Cavallini a dondolo, birilli, palloni, trottole, e vai con la fantasia. Rimase sempre un segreto tra me e la suora. Nessuno accedeva a quel locale durante le ore di asilo. Suor Maria Vittoria ebbe sempre per me un occhio di riguardo. In seguito fu lei che mi insegno' a fare il chierichetto, quando in terza elementare e con l'arrivo di don Lodovico, decisi di indossare la cotta ed esibirmi alle funzioni regolarmente. Erano gli ultimi anni di don Leone a Cunardo e della meteora Don Gabriele. Troppo avanti per il suo tempo. Cosi' avanti che era riuscito a coinvolgere intorno a se la gioventu,'che cominciava ad essere attratta dalle prime sirene del 68, creando un rapporto sociale coi ragazzi che stonava con i dogmi morali e radicati nella comunita', fino a quel momento. Forse proprio dovuto alla sua giovane eta'. In seguito fu trasferito, sembra che abbandono' l'ordine e mi sembra di aver sentito che si sposo'. Erano gli anni 70. Prima di compiere l'eta' scolastica gia' gironzolavo nei pressi delle Corti vicine, alla ricerca di nuove tentazioni. Presto mia mamma comincio' anche a mandarmi a fare la spesa o a prendere quelle piccole cose dell'ultimo momento, che ti accorgi che mancano solo quando ormai stai gia' spadellando. Cosi' mollavi quello che stavi facendo e con la memorabile frase, " fai segnare che domani mattina pago io." ti avventuravi volta per volta sempre piu' in la' nei meandri del paese. Appena fuori della mia via c'era fermento, un vai e vieni di persone che saltavano di bottega in bottega. Lungi da mo', di essere creato il Tigros o i vari centri commerciali, in cui in una sola volta ti rifornosci di tutto, si creavano itinerari intricati a seconda del necessario quotidiano. Cunardo non lesinava negozi alimentari, macellerie, latterie e fruttivendoli..c'era una varia scelta di  possibilita' e le clientele abituali si formavano, a seconda del punto in cui abitavi e a seconda del tipo di persona che lo gestiva. Abitando a pochi metri dalle scuole, iniziavo una vera via crucis di negozi, poiche' oltre casa mia gli unici esercizi erano il negozio del Giacomino barbiere e del Rino e del Tino bagatt, calzolai. Procedendo verso il centro del paese ecco il primo negozio di frutta. L'ortofrutta del signor Mimmo e della signora Bruna. Faceva angolo con la vietta dove abito, proprio in faccia alla corte della Maria Bustocca. Una coppia di signori molto eleganti nel proporsi, sempre ben curati sia lui che lei, sia in negozio che nelle occasioni di festa. A me la signora Bruna ricordava vagamente Moira Orfei, anche se non ci sconfinferava affatto. Forse per la pesante maniera con cui era sembre truccata. Subito a pochi metri il negozio di alimentari del Giancarlo Bonora, prima ancora di suo padre Angelo e della Gilda che spesso con la sua cagna Rasca, incontravo seduta su una sedia in prossimita della strada, fuori della porta di casa in cui abitavano. Per anni il negozio del Giancarlo e' stato un mito per i bambini che la mattina si fermavano a comperare la merenda per la ricreazione. Untissime focacce con sale grosso  e pizze gommose che nulla avevano di pizza ma che rendevano la mattinata un occasione speciale anche se solo per un quarto d'ora. Per anni e' stato il negozio piu' vicino a casa mia e quindi non posso contare quante volte sono stato a fare spesa per mia madre e quante corse ho fatto interrompendo programmi Tv per l'acquisto fuori previsione dell'ultimo momento. Vino, burro, pan grattato. ecc. ecc. Tze'. Poi arrivavi in Piazza 4 Novembre  e li' la gente cominciava ad aumentare e a darti l'idea che il centro nevralgico del paese stava prendendo forma, nel pacato e sereno deambulare delle persone, che con calma e senza frenesia entravano e uscivano per le botteghe unendosi spesso in crocchi di un piacevole chiacchierare. La Piazza, con i suoi grossi platani e il parcheggio per le macchine, che spesso era quasi deserto, la sere di estate si animava e raccoglieva bambini di ogni corte che convergevano per indimenticabili dopocena, giocando a Mago o Libero, Rialzo, Prendersi. Le grosse panchine di pietra, situate di spalle al parco Giroldi, spesso accoglievano anziani, seduti, appoggiati al bastone, Gigio' in primis, col suo mezzo toscano e il suo cappellaccio ad ampia tesa. Osservavano chi passava, con indifferenza, come mucche al pascolo che guardano un treno in movimento e scambiavano tra loro quattro parole assaporando la fine della giornata e un'oretta di meritato riposo. La piazza accoglieva la lavanderia della signora Isa che con sua figlia Ivana, furono i primi datori di lavoro di mia sorella Rosy.  Poi sullo stesso lato, per un breve periodo il negozio da coiffeur del mio amico Giuse. Duro' pochi anni, poi ando' a lavorare come autista alla SVIT. Dopo, anni piu' tardi, gia' anni 80, apri' il Colorificio, dove Marina vendeva vernici e tutto l'ambaradan per i restiling casalinghi. In seguito fu avvicendata dal signor Ceroni con la signora Teresa. La Posta era situata dove attualmente una saracinesca verde fa ancora bella mostra di se. Sotto le finestre della Lucia, la mamma della Marina Carozzi, prima che la Piazza finisca e si trasformi in via Roma. Ricordo che spesso e volentieri andavo a comprare i francobolli per le lettere di posta aerea che mia mamma avrebbe spedito  in Argentina a suo fratello. Mio zio Rino. Negli anni 90 per qualche periodo sarebbe stata adibita a negozio di noleggio di videocassette, quando il boom dei videoregistratori comincio' a darti la possibilita' di vedere la tv in qualsiasi momento e i pornazzi, senza stare sveglio e vigile, aspettando che Rete 55 i sabati a notte inoltrata si tramutasse in un postribolo virtuale. Poi ecco sulla sinistra la macelleria del Giampiero Figini. Ricordo che mia madre mi mandava spesso a prendere la carne e la moglie sempre ben curata ed ingioiellata stava alla cassa e davanti ad un grande pacco di fogli rosa, azzurri o verdi confezionava e scriveva anche lei sull'immancabile libretto a quadretti , tipico di tutte le botteghe con clientele abitudinarie e di paese. Il negozio del Figini aveva due accessi e dal secondo, situato di fronte alla cartoleria della signora Bice, a volte, una colata di acqua mista a sangue invadeva la strada fino a sparire nel tombino situato al centro della via. Succedeva quando lavavano il  pavimento del laboratorio della macelleria. Spalancavano quindi le porte e spingevano l'acqua rossa, dal pavimento fino in strada con le ramazze. Ed ecco la signora Bice a meta' della via tra la piazza e la piazzetta. Rivendita di giornali quaderni, cancelleria e di giocattoli esposti nella vetrina grande che per tutta l'infanzia ci fece sognare, vista l'impossibilita' di poterli acquistare. Fu in quel periodo che scoprii i fumetti  di Supereroi di cui ancora oggi sono appassionato consumatore ed esperto. Usciti da scuola i martedi e i giovedi' io e gli altri cultori del genere, si correva ininterrottamente fino ad appiccicarsi come polpi alla vetrina della Bice, per identificare in lontananza nell'espositore dei giornalini e riviste, situato in penombra visto che il negozio era chiuso, il nuovo albo a fumetti che ci avrebbe fatti godere per almeno una settimana. Immancabilmente alle tre e mezzo si faceva la posta all'apertura cosi' da essere il primo e poter quindi privare gli altri della copia arrivata. Spesso pero' la mancanza di fondi e di reperire anche solo 200 lire era impeditivo, per cui eri gia' scornato in partenza. La cosa curiosa era che siccome arrivavano solamente una copia per ogni diversa testata, settimanalmente, nessuno di noi aveva la raccolta completa, perche'  per vari motivi non si riusciva quasi mai a comprare piu' di massimo tre numeri consecutivamente. In seguito, l'esercizio sarebbe stato rilevato dalla Giovanna, la moglie dell'Alfiero Sosio, la mamma di Marcello la Rosella e la Marinella. Succedera' loro quindi, il sciur Zamberletti con la moglie Ada fino a diventare in seguito, il primo Moderno Sport,  prima che venisse trasferito definitivamente nella zona di piazzale Milano. Attualmente, nei locali della vecchia cartoleria, la Pinuccia Bonaccorsi, gestisce un ufficio di pratiche commerciali e burocratiche. Passato l'archetto, un piccolo laboratorio, basso rispetto il terreno, accolse per qualche tempo, prima un parrucchiere da donna, poi un laboratorio, in cui, il Piero Maganza, produsse materiale per premiazioni, targhe, medaglie e coppe varie. Ma come arrivavo in piazzetta, ecco il clou...Ecco la Pasticceria dell'Italico e della Ginetta, la ferramenta del Franco Nossa prima e del Sergio e della Pasquina poi, ubicati nei locali del vecchio posto di telegrafo. La panetteria del Battista e della Mirella, la latteria dell'Anna Lina dove ogni sera la Rosi e l'Anna Nicola, passavano dopo il lavoro, per due chiacchiere tra adolescenti. Un movimento incessante di vita, che cominciava al mattino e si smorzava solo quando una per una, le saracinesche si abbassavano e lasciavano posto ai raduni nei bar, di coloro che si erano attardati dopo il lavoro. E a pochi metri, proseguendo, il bar Tabacchi dei signori Martignoni prima e del Veloce poi. Di fronte a lui il consorzio dell'Enrico Spozio, con sacchi di crusca e granaglie varie in bella mostra e l'opportunita' di ordinare pulcini per rimpinguare annualmente i vari pollai. L'esercizio del consorzio, lascio' il posto anni dopo, all'alimentari del Renato e della Silvana. Per anni, fu uno degli ultimi capisaldi delle botteghe tradizionali, che lentamente, andarono tutte a scomparire. Passato il tabacchino del Beppe, dove e' sito attualmente il Tabacchi della Morena Budri, c'era l'alimentari della Nina, la mamma del Loris, della Lara e del Denis. Precedentemente gestita dagli Andina. Di fronte se salivi per un tratto verso il Municipio e la ''Giesa Granda'', la panetteria/pasticceria del Belli rivelava la sua presenza, inebriando l'aria di tutto il vicolo, con profumi di prodotti da forno. Di fronte, il negozio di parrucchiera della Lina. La mamma del Sergio Margarini. In seguito rilevato, sempre come coiffeur, dal Dario. Proseguendo, dopo la Nina, il tutto si interrompeva al bivio con la merceria abbigliamento del Luigi Meroni e della Zaveria. Un esercizio unico nel suo genere. Andava dalle scarpe ai vestiti, alla merceria piu' svariata. Il Luigi e la Zaveria restano dei monumenti nella memoria dei Cunardesi. Negli anni 80 la panchina di pietra sulla diramazione, acquisi' la nomea di ''panchina dei Barboni''. Un monumento ufficioso, del paese. Una scritta a bomboletta rossa sullo schienale...''Barboni''... la marchio' e la fece entrare nella storia. Un po' come la scritta che per decenni fece bella mostra di se sul muro esterno di un condominio...''Amo il sesso...ecc. ecc.'' Leggendaria anche quella. Sembrerebbe che la scritta fu dovuta ad un paio di notti che ''Gemolo'' dormi' su quella panchina bello pizzo, all'addiaccio. O perche' ci stazionavano spesso, gli sballoni piu' riconosciuti del paese, per ordire trame truffaldine. Per noi che abitavamo a un bandolo del paese, andare fino dal Meroni e il bivio dei ''Barboni'' era vicino. Andare fino in Farmacia, dal Gigetto, era gia' lontano. 30 metri suppergiu'. Erano come le colonne d'Ercole. Oltre, comunque, la vita del paese, continuava e brulicava di persone sempre in movimento. Altre le facce, altre le botteghe, i negozi, gli esercizi e i Bar, che avevano spesso clientele abituali di chi viveva nei pressi del circondario. La parte di sinistra che portava alla Farmacia conduceva alla ''Gieseta'' con annesso cimitero e al Parco giochi delle Rimembranze. Subito a sinistra dietro il negozio del Luigi Meroni, in alto, nascosto dal muro, c'era il negozio da barbiere del ''Nan'', il Davide Robustelli, marito della Letizia, una delle ultime donnette a servirsi del Lavatoio di Cunardo. La Letizia si occupava anche di portare casa per casa le Famiglie Cristiane. Sullo stesso edificio c'era la Farmacia del Gigetto. Ricordo che una grande bilancia subito vicino all'entrata ti diceva quanto pesavi introducendo 10 lire. Io ogni volta ci provavo lo stesso, ma senza risultati. A casa mia, mamma Clara, nel bello di qualche trasmissione in TV pre-cena, usciva con l'illuminazione scassa balle. ''E' finito l'Amaro Medicinale Giuliani per il to' Pa'. Vai dal Gigetto a prenderlo, prima che torna a casa''. Si, perche' le cure da Medecine Show fondamentali in quegli anni erano, i Cache', la Manite, La Belladonna, il Rim e l'Amaro Medicinale Giuliani. Spesso il resto in spiccioli erano caramelle d'orzo, se poi eri un bocia convertivi anche piu' che gli spiccioli. Camice bianco, fare austero, poco espansivo e seriosamente professionale, il Gigetto incarnava la figura dello speziale, che sostituiva il dottore per le magagne risolvibili in casa. Negli anni divento' un istituzione. La farmacia fu prima trasportata in Via Leopardi, prima del ponte per Ferrera, subito passato il lavatoio.(quando ancora esisteva). Fu una collocazione provvisoria e un po' fuori mano, in attesa che la logistica degli anni 90, la posizionasse piu' comodamente sulla Provinciale. Attualmente la Farmacia risiede nel complesso di esercizi latente la strada Provinciale, in Piazzale Milano. Proseguendo, sulla destra, prima incrociavi il negozio di carni della Mafalda e poi il negozio di frutta del'Augusto Di Simone e la Marcella, poi della Mirella e del Cuche Adreani, prima che in seguito diventasse della Iannece. Quindi l'uffficio delle Assicurazioni del Budri. Il Ristorante Risorgimento dell' Amalia gestito dalla Mariuccia e dall'Antonio Bacilieri, invece era un punto di riferimento irrinunciabile delle via Crucis di chi era accanito frequentatore delle bettolette. A seguire, il negozio di fiorista del Gio', attualmente gestito dalla Bea Panzi. Dirimpetto, la sede della Banca, dopo che fu trasportata da dove attualmente la Miriam Piccolino ha il negozio di coiffeur. Prima di Miriam, subito dopo la banca, la Mirella e poi la Fernanda e poi la Teresina sorella del Pepin, ebbero un negozio di frutta e verdura. Attualmente nei locali di fronte al fiorista c'e l'agenzia di pratiche automobilistiche. Salendo verso il Municipio, a destra, in un piccolo portoncino, il piccolo anfratto, dove ''Sciannella'' aveva organizzato una rivendita di casalinghi, attirando con la sua simpatia tutte le donnette del paese. Fu uno delle persone piu' amate tra gli esercenti della comunita'. Nella corte porticata a fianco, l'Aligi, uno degli ultimi bagatt, riparava le scarpe. A seguire, l'alimentari del Ciavarelli, il papa' del Romeo, del Vincenzo e della Giulietta e quindi il negozio del Mauro Monopoli e della Elena, che le scarpe le vendevano. Poi, l'esercizio del Dante e del Fulvio Talamona che tra l'altro, rifornivano di bombole di gas a tutto il paese. Dove ora c'e' la Biblioteca, prima il sciur Zamberletti e in seguito il Fabrizio, gestirono la Cartoleria, quando fu trasferita dal vecchio locale della signora Bice. Nell'attuale sede della Cartoleria Bossi in precedenza, il Gabriele Martinoli fino agli anni 90, aveva la rivendita di Tabacchi. Proseguendo, prima del circolo, l'ex Ristorante Moro era stato adibito a Sede dell'Associazione Marinai. Saltuariamente, a richiesta, si svolgevano manifestazioni o feste di San Silvestro o di Carnevale.. Divento' sotto la gestione Montecucco, anche sede del FC Cunardo per un paio di anni. Poi infine, il Circolo. Varie le gestioni che si sono avvicendate, prima che Bruno lo rilevasse per trasformarlo definitivamente nell'attuale ristorante Carosello. Se invece scendevi a destra della panchina dei Barboni, seguendo il muro della vecchia Filanda, fino ai primi 70, al posto della sede dei Tencitt, c'era il Circolo. Prima di arrivare al Bar Tre Valli, passato il condominio Rossi, nelle vetrine dove ora c'e' l'esposizione di articoli per l'edilizia del Mandelli, c'era il negozio di profumeria e giocattoli della ''Cicogna.'' Lo gestiva la mamma della Laura Petrassi. In vetrina oltre a giochi della Chicco per infanti, esponeva anche giocattoli molto competitivi con quelli della Signora Bice. Noi si era ragazzini, ci interessavano solo quelli. Anche se per quel che mi concerneva io non potevo permettermi ne gli uni ne gli altri. A partire dagli anni 80 nel complesso dove oggi c'e' il negozio di parrucchiere del Giorgino, sotto casa del Gianni del Bar, si stabili' l'Elettromercato del Mario Cardinale. Per anni fu il punto di riferimento per necessita' di elettrodomestica e riparazioni, dopo che il mitico Busnelli lascio' orfano il primo negozio di televisori sulla Provinciale, situato nel locale che oggi ospita la Bottega della carne dell'Eugenio. Da Busnelli molti Cunardesi comprarono le loro prime televisioni, le loro radio e i mangiadischi. Aveva anche una fornita' scelta di 45 giri. Erano gli anni 60/70. Oltre agli esercizi e le botteghe stabili, a Cunardo, il giovedi, e' sempre stato giorno di mercato. ll motocarro del "pessatt" attraversava il paese, con qualche scatola di polistirolo con ghiaccio tritato e pesci in bella vista e una stadera per pesare appesa a un gancio. Lasciava in giro per qualche momento, odore di mare e di fresco pescato. Era un'occasione puntuale di comprare del pesce. L'ombrellaio, il moleta, lo stagnino, spesso si materializzavano per il paese e di casa in casa si proponevano alle donnette per rimettere in sesto gli oggetti ormai usurati. Vociare, colori, allegria e complicita' trasparivano dall'incontro quotidiano con chiunque tu incrociassi. Questo era il paesaggio di Cunardo tempo addietro, gli anni della mia giovinezza. Ormai, ogni mattina, uno sciame di persone alla spicciolata scende in Provinciale da tutte le zone alte del paese, per fare spesa, commissioni in Posta, in Banca, in Farmacia, agli ambulatori Medici. Trascinando lentamente carrellini, spesso in silenzio. Il tempo di sbrigare le commissioni e riprendono la via di casa. Non c'e' piu' tempo per socializzare. Solo pochi minuti nelle domeniche mattina ormai, tra coloro che vanno regolarmente alle funzioni. Chi c'e' ce'..Chi non c'e', c'e' stato e ora se ne e' andato. Il paese si e' spostato. Il centro storico e' morto e la nuova collocazione urbana non e' alla portata di tutti, soprattutto dei piu' anziani. L'identita' Cunardese e' andata piano piano scemando. Una mattina di qualche giorno fa. Esco in strada. Aspetto che passi la fila interminabile di mamme pittate in Suv che portano i bimbi a scuola. Mi guardo in giro, persiane e tapparelle chiuse, case disabitate, esercizi serrati o in stato di totale decadimento. Cammino per attraversare il paese e recarmi in Posta. Fino oltre il bivio del Meroni in periferia, non ho incontrato una sola persona. Triste vero? Cio' che mi successe qualche tempo dopo rende ancora piu' l'idea. Una domenica mattina decido di andare al Tigros a piedi e per non portare il portafoglio decido di mettere 20 euri in tasca. Attraverso l'attuale paese addormentato delle domeniche mattina. (Anni addietro non era cosi') All'altezza del Carosello del Bruno incontro il Titti Giroldi. Chiacchieriamo per un po' di minuti, dopodiche' decido di andare a fare la spesa. Nel parcheggio del Tigros mi accorgo che non ci sono piu' i soldi. Non ricordo effetivamente se li ho presi, per cui penso che se sono a casa, ritorno, altrimenti se li ho persi, per oggi va cosi'. Davanti al Carosello ritrovo il Titti. Gli racconto la vicenda e ancora li' qualche altro bel minutone fugge. Mi avvio verso casa. Arrivato all'altezza del ex negozio di macelleria del Figini, dove ora ci sono i garage del Santo Bonaccorsi, di fronte a Piazza IV Novembre. Eccole, per terra, che mi guardano i miei 20 Euro. Sara' trascorsa piu' di una mezzoretta...e non era passato nessuno...

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