giovedì 26 aprile 2018

IL CAMPETTO ''TALAMONA''.


Ho giocato per 30 anni a calcio. E' sempre stata la mia piu' grande passione e il mezzo che mi ha dato modo di vincere anche una certa mancanza di autostima che mi attanagliava negli anni della mia adolescenza e gioventu'.
Non ho mai accampato responsabilita', ne pretese, per la mancanza di strutture associative o sportive nel mio paese, per integrarsi, giocare e condividere momenti di gruppo. Quelle arriveranno dopo, anche troppe e spesso col tempo, inutilizzate o in progressivo abbandono, quando la generazione della Play comincio' a preferire il tepore e il riparo casalingo, ad una sano pomeriggio all'aperto, nel fango, al freddo e sotto la pioggia.
Ho giocato in strada con qualsiasi cosa si potesse prendere a calci, nei cortili, sui balconi, in terreni in pendenza, in prati sconnessi e cespugliosi, sull'asfalto e sulla ghiaia. Ho giocato con i mitici Super Tele, con palloni sgonfi, bucati e spelacchiati, barattoli e sassi, pezzi di legno e sacchetti di cellophane. Ho fatto trasferte a piedi fino a Bedero o a Ganna con immancabile ritorno, per giocare partite "internazionali" con compagni di scuola extracunardesi. Ho giocato partite di pomeriggi interi 2 contro 2 con una porta il cancello delle scuole e una porta il muro di via Marconi, sotto la scritta di Mussolini. Chi lo farebbe ormai? Ho fatto allenamenti sulla neve, sotto la grandine, sotto la pioggia anche se non ne avevo voglia ne bisogno, perche' il pallone ce lo avevamo sempre in testa e sempre attaccato ai piedi. A Cunardo quando ero ragazzino i resti del campo sportivo dell'oratorio, vegetavano in coma profondo. Gli spazi di aggregazione e ricreativi erano ridotti al Parco Giochi e a un ritrovo del Gruppo Giovanile Indipendente proprio vicino a casa, ma noi eravamo ancora mocciosi per goderne. L'Oratorio non esisteva, o per lo meno non aveva una gestione. Solo il cinema, alla domenica pomeriggio era luogo di associazione per un paio d'ore, poi, di nuovo tutti in strada, con le bici, con il pallone. La palestra era a totale appannaggio delle attivita' educative scolastiche. La strada era l'unico spazio in cui sfogare le nostre energie inesauribili e dopo cena, la Piazza 4 Novembre si animava di tutti i ragazzini del circondario, per delle lunghe performance di "Mago-libero". Chi non giocava se la contava, seduti sugli schienali delle panchine di sasso davanti al Parco Giroldi, sotto la grande magnolia. Le auto erano ancora poche e si poteva giocare per ampi momenti in qualsiasi modo senza doverci interrompere continuamente. Ma quanti palloni mi hanno sequestrato. Si giocava in strada a tutto. A calcio, con le bici, a rincorrersi, a nascondino. Ma il bisogno di uno spazio privato, tutto nostro in cui sfogare le nostre velleita' pedatorie era gia' argomento quotidiano tra di noi. Erano i primi anni 70. Un pezzo di radura, forse grande come un campo di pallavolo delimitato da pochi alberi, con le cui foglie e rami costruimmo dei primitivi spogliatoi, divenne il nostro teatro dei sogni. Per noi era "il campetto". Il terreno erboso un po' irregolare, era ormai spelacchiato al centro, perche' ogni giorno decine di ragazzini lo calpestavano, inseguendo un pallone come tanti pulcini che si buttano sul becchime. Un albero era addirittura all'interno del perimetro di gioco per questioni di logistica. Il campetto era situato oltre un grande spazio erboso sconnesso, di sterpaglia. Per arrivarci, si saliva da sotto l'Asilo, fino al limite della via San Francesco, una volta svoltato a destra e raggiunte le abitazioni dei Bacilieri e dei Foletti, ci passavamo davanti e proseguivamo nei prati, percorrendo un sentiero laterale formatosi per il continuo transito. Fatti un centinaio di metri, un ristretto manipolo di alberi, quasi come un'oasi, faceva ombra ad un piccolo spiazzo in piano, dove noi identificammo la nostra terra promessa. Situato ai piedi di una ripidissima discesa erbosa che faceva anche da tribuna, stabilimmo il nostro ritrovo quotidiano. Ogni giorno al termine delle lezioni si convergeva verso questo piccolo spazio naturale e si dava vita a battaglie infinite, ognuno con la propia divisa personale. Bici da cross abbandonate ai bordi del prato, vociare ininterrotto di ragazzini che si erano premurati da soli, senza accampare responsabilita' ad altri, di sfogare la propria passione. Si decise per un torneo. I piu' grandi "recuperarono" da un cantiere dei pali di legno. Piu' che pali veri e propri tronchi. Innalzammo le porte, quadrate, perche' i pali erano tutti lunghi uguali, senza reti, senza righe, senza arbitro, ma con cosi' tanto entusiasmo per la novita' che nessun campo ci sarebbe sembrato piu' bello. Fu un torneo avvincente, combattuto. Lo vincemmo con la mia squadretta. L'immancabile scarto recuperato nella discarica della ceramica Coronetti, il solito Carabiniere fallato, divenne il nostro primo trofeo. Esclusivamente tra ragazzini di Cunardo. Ma eravamo proprio tanti. Le stesse facce che si vedevano a scuola la mattina, si ritrovavano poche ore dopo a contendersi la palla. Al campetto, piu' classi, si mischiavano in squadrette combattive e vocianti. Chi era in attesa del proprio turno si inerpicava per la alta e scoscesa parete erbosa oltre la quale c'erano alberi da frutto. Ricordo un giorno che mentre si giocava si senti' un confuso vociare misto a urla. Dal bordo piu' alto della riva, stagliati contro il cielo azzurro, comparvero a ventaglio, a rompicollo, all'assalto come apaches e precipitosi come profughi in fuga, decine di bambini..messi in guardia dal proprietario della frutta. Chi rotolava, chi prendeva la bici e di corsa prendeva il sentiero per allontanarsi piu' possibile. A quei tempi se eri riconosciuto, eri segnato. La sera, nei bar i genitori si passavano parola. "Varda che incoeu ho vist il to' fio'..." La gente curava i figli di tutti, non per farsi i fatti degli altri ma per rendere la quotidianita' piu' sicura e serena. Soprattutto perche' eravamo bagaglio del paese e tutti ci tenevano a noi e al nostro modo di crescere sano e rispettoso delle regole di una comunita'. Per cui se per un paio di giorni in casa non si faceva voce dell'avvenuto, allora la avevi scampata. Fu una saga che duro' un paio di stagioni. Credo che fu il primo campetto dove cominciai a sfogare la mia passione per una palla. Prima solo in strada. Con l'arrivo del campo sportivo della chiesa nel 1975, la nostra verve calcistica si trasferi' armi e bagagli "Su al campo" e li'. Beh quella e'tutta un'altra storia. Una storia meravigliosa. Dopo un po' di anni, decidemmo con Pippo e Pac di andare a vedere come fosse trasformato il luogo che ci vide calciatori in erba. Ci meravigliammo, viste le dimensioni cosi' minuscole, di come avesse potuto accogliere tutta una generazione di ragazzini spensierati, tanti anni addietro. Era davvero piccolo visto con gli occhi di un adulto. Si sprecarono gia' allora, tra noi, commenti nostalgici e riesumazioni di episodi di allegra memoria. Eppure ormai Cunardo aveva creato ampi spazi ricreativi nel frattempo, per dare modo ai giovani di riunirsi e praticare degli sport all'aperto. Recentemente sono tornato a vedere come fosse cambiato ulteriormente. Beh. Non c'e' piu' traccia di nulla. Un agglomerato di nuove case sorge su quello che una volta era il nostro piccolo San Siro. Chissa' se come in tutte le leggende che si rispettano, di notte, nell'aria, si sentono le nostre voci, le nostre risate e imprecazioni, la nostra freschezza mentre ci cimentavamo ad inseguire un pallone?!

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