Adoro l'autunno e l'inverno...Vivrei tutto l'anno di autunno e di inverno. Adoro soprattutto pensare agli autunni e gli inverni vissuti da ragazzo nel mio paese. Diversi da quelli attuali. I boschi si coloravano e diventavano luogo di passeggiate e di escursioni nella natura. Senza piste ciclabili. Motivo di contatto con il selvatico e il rustico. Gli inverni bianchi di nevicate erano magia e gioia, questo finche' non fai la patente. Il centro del paese era vivace e pulsava di vita e fino all'imbrunire le luci delle botteghe e dei negozi davano ancora calore e la gente transitava fino alla chiusura per le ultime commissioni, tra chiacchiere e incontri inaspettati. I bar erano l'ultimo avamposto dove raccogliersi anche dopo cena, prima che Cunardo si mettesse a dormire. Ma i miei ricordi piu' suggestivi vanno alle domeniche di questo periodo, di questi mesi freddi tra ottobre e marzo, passata la Festa del Paese, quando tornavo al tramonto dalla mia partita, con la borsa sulla spalla. Le luci delle case erano gia' accese. Si sentiva odore di cucina, il tramonto dietro il San Martino era in corso. Arrivato all'altezza della Piazza IV Novembre, cominciavo a sentire i brusii, le voci e cominciavo ad intravvedere barloccare la luce all'interno della vecchia sede degli Alpini. Il suo portone a due ante verde fiammante, spalancato, sul piccolo ballatoio con la ringhiera e gli scalini che invitavano a salire. Uno gnomo di pietra era posto in cima, nel centro dello stipite di cemento di facciata. Recava spesso un fiasco di vetro in mano. Il piu' delle volte era in frantumi e regolarmente veniva sostituito. Piu' mi avvicinavo e piu' potevo identificarne l'interno, dove un atrio di transito con foto incorniciate appese ai muri permetteva di scorgere la porta d'entrata, nel buio, all'interno di un antro di pietra ai piedi di una scalinata. Restava al primo piano del cortile della Maria Bustocca in pratica, sotto le abitazioni della Caterina segnaossa, della Cochisse e del Paolino Reggiani. Fissavo l'entrata mentre mi avvicinavo a casa e il bagliore del camino rendeva intimo il tutto, anche se lo potevo solo immaginare. Mi aiutavano le voci alte, in dialetto, degli avventori e l'odore del brasato, della trippa e del cucinato del Luisun, che regolarmente usciva dalle finestre. Chi cantava, chi gridava. Ma il clima era di gran amicizia e di socializzazione. Quando mia mamma mi diceva, ''Vai a chiamare tuo papa'. Varda se e' li' dagli Alpini'', a volte portavo una pentolina e ne approfittavo per portare a casa il cibo gia' pronto e fumante. L'interno era da baita rustica, con panche di legno, un bancone e un piccolo cucinino, ma la polenta la si faceva sul camino. Sul banco ricordo i formaggini sottolio nel barattolo di vetro, salami, quarti di vino. Ma il profumo del cucinato prevaleva su tutto, anche sulle grida e sull'aria pregna di fumo di quegli anni. Mi accoglievano tutti con sorpresa e l'immancabile..'' Bepi..tel chi, ca l'e' riva' 'l to' fio' ''...Mi conoscevano tutti e da tutti avevo un cenno paterno e un sorriso o una battuta. O mi chiedevano come fosse andata la partita, se avevo giocato e se avevo segnato. Erano persone che definire anziane e' sbagliato. La parola giusta e' temprate. Dal lavoro, la guerra i sacrifici e le responsabilita'. Avevano un aera di sicurezza e di fermezza e il dialetto, ne accentuava il carisma. Ora non ce ne sono piu'. Li rivedo ogni tanto, ''quando vado a trovare i miei''. Poi, uscito col mio pentolino fumante, tornavo a casa e mi lasciavo dietro i canti, le bestemmie, le luci e gli odori, mentre le persone si riciclavano, chi andava e chi arrivava. Dopo cena, uscendo di casa per chiudere la serata al Bar Tre valli, scorgevo in lontananza presso la Piazza, gli ultimi gruppetti di persone che si avviavano verso casa. Sagome scure, sempre vocianti, chi barcollante e chi fumando l'ennesimo toscano. La domenica era finita. Il giorno dopo cominciava una nuova settimana impegnativa. Nessuna cornice mi pareva piu' adatta per sentire che il giorno di festa stava spegnedosi, se non la vista di quelle ombre scure che si allontanavano e lasciavano dietro a loro silenzio. Nella sede le ultime luci..Ma ormai nient altro. Ogni volta che mi sono recato verso casa in vita mia, ci sono passato davanti e non riesco a cancellare quelle domeniche, quegli odori, quelle voci e quel calore di quegli autunni e quegli inverni...Ora quando ne osservo l'entrata, scolorita, con le porte in disfacimento, la facciata che ne evidenzia l'abbandono a se stessa, mi piange il cuore. Il ballatoio con le ringhiere di ferro arrugginite spesso ospita sacchi di rifiuti senza nome. Era il simbolo del centro del paese, quando la gente la domenica lasciava i bar al momento dell'apertura. Piu' volte mio papa' a casa raccontava a mia madre. Ho incontrato il Tizio di Cuveglio, o il Caio di Brusimpiano o il Pinco di Arbizzo. Arrivavano da tutte le parti. Era una puntata fissa per riincontrare persone che magari non si vedevano da mesi e non essendoci ne Wazzapp ne gli SMS, speravi di beccare la sera giusta davanti a un piatto di brasato, di trippa e un bicchiere di rosso.
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