giovedì 26 aprile 2018
IL GROTTO DEL TINO E DELLA ROSETTA.
Il Grotto era un mondo. Era Cunardo d'estate. Era l'antipodo del Bar Tre Valli, con cui stabiliva i limiti della zona abitata ai due estremi del paese. Non l'Osteria del Bacco ne l'attuale Fanfagrotto. Ormai chissa' in quanto pochi ne hanno ricordo. Sembra ieri per noi Cunardesi. Ma invece e' molto lontano nel tempo. Il Grotto Ghiacciaia. Il Tino e la Rosetta lo gestivano. Fratello e sorella. La Rosa che se le chiedevi di farti un panino te lo faceva con le mani ancora sporche di crusca e di pastone, perche' aveva appena dato da mangiare alle galline e il salame era rancido..ma la pancetta pero' era una delizia. Ma nessuno ci faceva caso perche' le galline e le bestie le si aveva un po' tutti e tutti si era gente semplice a alla buona. La Rosetta che il giorno dopo se mancavano 10 lire te le chiedeva. E al Grotto ci bevevi o la spuma o il frizzantino. O la birra con gazzosa. La Rosetta era una donnina minuta che la mattina la vedevi andare a fare la spesa coi suoi capeli corti, tagliati col falcetto, con le sue gambette da cavallerizza, i mocassini e la gonna scozzese a quadroni, sempre quella. Il Tino che vedevi il sabato sera andare a messa alle 18.00 con la giacca e la sua bicicletta. Le uniche occasioni che facevano capuccetta in paese. Il Grotto, uno dei tanti ritrovi del paese che ospitavano il gioco delle bocce, dove alla domenica se c'erano le gare federali, vedevi file di macchine parcheggiate, targate fuori via, fino alla sede della Forestale. E ogni sera vedevi sfilare l'Aligi, il Giacomino -Yappi, il barbiere, l'Alfiero e il Mario Sosio, il Guido, l'Aldo e l'Elido Stefani, l'Aimo, l'Ennio e il Romeo, l'Ottorino, il Mario e l'Otello Scapinello, il Pace, il Lino Berti, il Rizza, il Battista e la Mirella, il Sergio e la Pasquina, il Renato e la Nina..gli habitués insomma...e chiedo scusa a chi non cito..sul momento..ero piccolo. Il Grotto, che d'estate si riempiva di villeggianti, i ''paciaaria'', perche' aveva anche le camere. Li vedevi arrivare, da lontano li identificavi, lui con il pulloverino annodato sul collo e lei con il golfino aperto a coprire le spalle e le ciabattine comode della festa. Tutti uguali i Milanesotti. Il Grotto, dove mio padre, il Bepi, passava le domeniche a giocare alle bocce e alle 18.00 andavo a chiamarlo, perche' era pronta la cena e lui mi diceva.."Arrivo arrivo..di' alla mamma che porto a casa la scimmietta ." E io deluso ogni volta, che quella scimmietta non arrivava mai a casa. Proprio non capivo. Il Grotto che nelle serate invernali aveva solo il Sagitt come unico cliente e stavi nella sala tv al buio, nel totale silenzio a guardare gli unici due canali, in bianco e nero, mangiando patatine posse o giocando a carte alla luce di una lampadina sotto la roccia naturale. Non piu' di 5 o 6 persone in tutto. Con il Tino che faceva da sentinella in piedi, davanti alla porta tra bar e sala a braccia conserte. Anche quando guardava le Tv da seduto aveva sempre le braccia conserte, il Tino.. Il grotto diventava la residenza estiva dei Cunardesi che d'estate cercavano un refrigerio naturale, un luogo tranquillo e rilassante per negarsi alle calure e cercare quel senso di isolamento al resto del paese e dalle mansioni quotidiane. I tavolini di ferro verniciato, nel cortilato ghiaioso di fronte all'entrata del bar, si affollavano di famiglie con marmocchianza al seguito. Viveva pressocche' due stagioni all'anno. Ma gli avventori arrivavano dal circondario regolarmente. Arbizzo, Rancio, Cittiglio, Ferrera...Ma la clientela fissa, lo faceva vivere alla sera, se avevi voglia di una partita di bocce. A Cunardo i bocciofili in quegli anni erano tantissimi. La societa' organizzava varie gare federali in tutto il territorio. Ricordo ogni domenica le macchinate che portavano in giro per la provincia varie coppie. Mio papa' spesso era accoppiato con il Rizza o l'Ottorino. Arrivava alla sera a casa rosso come un pollino. Io raccontavo della mia partita, lui della sua batteria di gara, quella vinta. Raramente vinceva un trofeo. Una volta pero' porto' a casa una targa. Era una gestione alla buona, un po' rustica. La clientela sempre quella, era ormai una famiglia allargata. Ogni anno accoglievano le solite due o tre famiglie di villeggianti, che con gli anni divennero facce abituali ai frequentatori e a tutti i Cunardesi. Era situato al confine estremo di Cunardo. Subito dopo le scuole. Quello che oggi e' Fanfagrotto. Dopodiche' il paese lasciava spazio a prati e zone scarsamente abitate. Fresco naturale, vista l'ubicazione ben mimetizzata da alberi ombrosi e grandi rocce a costituire l'interno del complesso stesso dell'esercizio. Un ampio cortile di ghiaia rada accoglieva dei tavoli all'esterno del locale. All'interno un ampia sala con la televisione, sempre ben ordinata e d'estate con la porta aperta per chi voleva godere del fresco o giocare a carte. Il bancone era in prossimita' dell'entrata e per chi avesse bisogno c'era l'opportunita' di telefonare. I servizi erano situati all'esterno. Dietro il bar salivi una scaletta di larghi gradini di cemento tra il complesso del bocciodromo e l'ampio spazio elevato con tavoloni in pietra grezza e panche in sasso. Ricordo ancora la porta verdina sbiadita e scrostata, i fogli di Corriere della Sera inchiodati al muro per chi ne necessitasse. Non per leggere sia ben chiaro. Una piccola radura di prato oltre il pollaio della Rosa, offriva una possibilita' esplorativa non indifferente se sapevi fantasticare avventure. Un posto ideale per distrarre i ragazzini. Spesso mi arrampicavo su di struttura di Eternit che faceva da tettoia a una provvista di legna. Da li' mi arrampicavo nella zona boschiva sopra il bocciodromo e mi inventavo le piu' strampalate avventure. Ci passavo i pomeriggi. Ogni tanto facevo capuccetta nel locale dove giocavano. Si sa mai che era arrivato qualche amico di mio papa' e potevo mettendomi in evidenza, magari babbare qualche consumazione. Ti sottoponevi alla solita tiritera di complimenti. ''Osti cuma l'e' diventa' grand...A le' 'l to' fio'?'' e il Bepi l'immancabile battuta...''No, a le' de la me' mie'.'' ...''Cia', vuoi la spuma...?'' Tu prima guardavi tuo papa' poi con fare puttanesco, facevi intravedere che non ti sarebbe dispiaciuta. Evvai. Preso..!!! La tattica era sempre quella, valida per qualsiasi avvenimento speciale. Molte volte assistetti alle gare o partite ricreative di mio padre e a volte per coinvolgermi mi mise a fare da arbitro. Mi insegno' le regole e mi mise in mano uno strumento di misura per verificare quale boccia fosse piu' vicina. Io mi sentivo importante, ma non e' che ci sguazzassi. A Cunardo molti esercizi possedevano un gioco delle bocce. Il primo Circolo che ricordo, quello dove ora c'e' la sede dei Tencitt, aveva all'esterno, nel cortile un gioco per le bocce. Il ristorante del Moro, che divenne poi sede dell'Associazione Marinai aveva all'esterno un gioco delle bocce. Chi veniva al Grotto per giocare spesso aveva le bocce personali. Li vedevi arrivare con ste bocce lucide, multicolori con la loro borsetta e il panno apposta per pulirle. Chi era meno sofisticato si accontentava delle bocce che erano a disposizione di tutti, in enormi casse di legno poste alla fine delle corsie di gara. Quando i due terreni erano liberi, mi azzardavo ad andare a prenderle e a giocare da solo. Ricordo che all'inizio il complesso di gioco era solo protetto da una tettoia, senza muri circostanti. Poi, venne totalmente compreso in una costruzione di mattoni e con porte d'accesso. All'interno, per chi attendeva o assisteva alle gare, un piccolo spazio con tavolini su cui appoggiare le consumazioni. Due lunghe recinzioni di rete metallica con corrimano, delimitavano le piste di gioco, affinche' chi assisteva potesse appoggiarsi senza invadere lo spazio dove avvenivano le partite. I terreni di gioco erano bianchissimi e al fondo del campo due grossi segnapunti della Cinzano, ricordavano ai contendenti che ogni due partite bisognava lasciare campo libero. Il rumore delle bocce che schiantavano o finivano contro i paraurti, restano inconfondibili nella mia mente. Al Grotto, diventai grande, quando alle spume, cominciai a preferire i frizzantini. Non mi sconfinferavano un gran che, ma mi sembrava figo. Bevvi anche le mie prime birra e gazosa. E li' con il senno del poi, penso a quanta gazosa ho sprecato, prima di convertirmi direttamente alla birra. Sgommavo sin da casa, con la mia bici con le gomme piene e senza freni, nei pomeriggi domenicali quando la Clara ''offriva'' il gelato. La appoggiavo al muro prima del cancello e mi tuffavo per meta' me stesso, nel grosso frigo orizzontale. Solo confezionati. Sempre il gelato ''biscotto''. Ho un ricordo del Grotto davvero vivo e nostalgico. Un punto di incontro alla buona, ma quasi esclusivo. Lo metto nello stesso sacco dei ricordi con altri luoghi che non ci sono piu'. A volte mi immagino Cunardo come un grosso puzzle che finii di completare quando cominciai a diventare grande. Di appiccicarlo ad una grande parete e rimirarlo anno per anno. Ma ogni volta qualche tessera non c'e' piu'e molte altre sono diventate sempre piu' scolorite e stanno per staccarsi. Qualche luogo, e tante troppe persone non ne fa piu' parte e io mi intristisco e immagino come potrei raccontarlo a qualcuno che non lo ha mai visto, senza quei settori mancanti. Mi crederebbe o penserebbe che sto inventando, quando gli direi che solo 30 anni fa a Cunardo eravamo ancora dentro una fiaba bellissima.?
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