giovedì 26 aprile 2018
IL PARCO GIOCHI.
Credo che le scuole siano lo spazio che ha visto succedersi piu'generazioni di Cunardesi in assoluto, per dovere di frequenza soprattutto, ma che il Parco giochi, o parchetto o Parco delle Rimembranze, sia lo spazio che a Cunardo ne possa insidiae il primato. Personalmente e' stato un punto di incontro e di ricreazione gratutito per almeno 35 anni della mia vita. Ho visto passare generazioni precedenti la mia e le successive, fino ai primi anni del 21esimo secolo. Il primo impatto fu verso la fine degli anni sessanta con le prime contestazioni ed emancipazioni vissute di riflesso, essendo solo poveri provinciali. Ero presente il giorno che affissero dei cartelli arancioni agli alberi con la scritta.." E' vietato l'utilizzo dei giochi a persone sopra i 13 anni" Mi contai qualche dito della mano e dissi." Figo, per qualche anno sono ancora specie protetta." I giochi, agli occhi di un bambino erano grandi e acquisivano una dimensione piu' realistica solo con il passare degli anni. Le altalene, non avevano le catenelle, erano saldate in un unico corpo a barre metalliche che ruotavano in perni fissati al telaio di sostegno, per cui la corsa della stessa era sempre quella, cambiava solo in altezza a seconda della spinta. Generalmente si andava al parco scendendo dalla chiesetta, passando davanti al cimitero, per cui la prima altalena che ti si presentava era singola, azzurra, monoposto, ma per bambini. Quelli che si facevano ancora spingere. A fianco, poco sulla sinistra, una a due posti rossa, piuttososto bassa. Era la piu' schifata di tutte perche' a quell'eta' era difficile portarci la morosa e farsi spingere in due dai genitori. Poi Lo scivolo. Alto, tutto di metallo. Con la scaletta a pioli di ferro e il piano di scivolo in lamiera lucida lucida. C'era sempre la fila per salirci e scendere nelle maniere piu' inconsuete. Di schiena, di pancia, in due attaccati. Nei periodi in cui batteva il sole, la lamiera si arroventava a tal punto che tu, in pantaloncini corti naturalmente, arrivavi in fondo tenendo il respiro e sentendo le gambe ustionarsi durante la scivolata. A volte invece era talmente secco il piano di scivolo che quando si scendeva facevi il rumore di un dito passato su un piatto lavato con Last al limone. Mitico lo scivolo. Poi un altra altalena, che dava di spalle al campo di pallavolo, vicina all'enorme platano. Con le barre piu' lunghe. Professionale. Per adulti insomma. Ci potevi toccare quasi il cielo se ti sapevi spingere con le gambe. Era la nostra preferita per le gare di salto in lungo, perche' una volta raggiunto il massimo di spinta ci lasciavamo sbalzare nel punto piu' alto per raggiungere in volo distanze assurde, una volta toccato terra. Poi loro, i Gemelli. Una coppia di Tic Tac. Tutti in metallo che battevano un tempo sincopatico se coloro che ci salivano avevano circamenoquasi lo stesso peso, ma diventavano il gioco piu' subdolo e bastardo se il peso di chi saliva era spudoratamente diverso. Allora chi pesava di piu' si sedeva e teneva l'altro sospeso in alto per minuti, a volte fino a che lo cercavano a Chi l'ha visto. Oppure improvvisamente scavallava il sedile e si alzava di scatto, facendo precipitare quello piu' leggero come un ascensore senza freni in un fragore di metallo e imprecazioni. Poi il campo di pallavolo, decantato negli anni per un torneo memorabile di cui si tramandano ancora oggi le voci di un successo di partecipazione, mai piu' eguagliato. Ma quello diverra' terreno di conquista negli anni seguenti. Un perimetro di legno riempito di sabbia, simil spiaggia di Cesenatico, era ai piedi dello scivolo, dove bimbi con nonne e o mamme vigili potevano giocare con secchielli palette e formine. Ma in mezzo a tutto l'ambaradan...Eccola. La Gondola...o Dondolo...o Barchetta, per i Milanesi...Una struttura a forma di barca, sospesa ad un telaio di ferro con quattro zampe cementate al suolo e quattro sbarre mobili fissate allo stesso, che la tenevano basculante al proprio asse...(se capite di meccanica avete afferrato..) In pratica si muoveva avanti e indietro come un pendolo. Aveva spazio per quattro passeggeri disposti in due sedili alle estremita, due per parte. Generalmente altre due persone in piedi spingendo con braccia e gambe davano vita all'oscillazione della barca che cominciava a muoversi in senso regolare verso destra e sinistra dando un senso di moto perpetuo e ninnatorio al'equipaggio. Essendo le sbarre di spinta rigide, avevano un punto oltre cui non si poteva andare previo stupro alle leggi fisiche e di gravita'. Ma noi che ne sapevamo di fisica e di gravita'. Toccare le sbarre col gondolo era lo sport estremo della nostra infanzia. Lo facevamo di solito quando eravamo da soli o c'era poca frequenza al parco altrimenti ci saremmo sentiti riprendere dai soliti rimbrotti. " Ue', canai, va che i giochi sono di tutti, non dovete romperli." Quando raggiungevi il massimo dell'estensione delle sbarre col dondolo, sentivi un clangore metallico, dei sussulti irregolari alla struttura e la barchetta quasi si posizionava sullo stesso asse orizzontale delle sbarre. Da incoscienti. Con gli occhi di oggi direi. Da imbecilli. Anche li' a volte se si era soli a spingere, spesso si raggiungeva la massima velocita' e con un piede sullo schienale di un sedile, nel punto piu' alto ci si catapultava fuori in un volo per raggiungere il punto piu' vicino ad una panchina. Wow che ricordi. Con gli anni il cartello mi ammoni' di utilizzare i giochi, cosi' ne inventammo di altri. Uno era percorrere la ringhiera verde, che recintava il campo di pallavolo a mo di equilibrista partendo da un capo e raggiungendo quell'altro. Fatto piu' volte, fino a che un bel giorno, come una molletta per i panni, non mi scappa un piede e piombo a cavalcioni della ringhiera stessa. Fine del gioco. Avevo i calzoncini quel giorno. Non dico altro. Il passare degli anni non riduce l'importanza del Parco per noi. Punto di ritrovo fondamentale nelle estati all'aria aperta. Crocevia di incontri, chiacchierate, fautore di amori nati e finiti, di serate passate seduti, rigorosamente sugli schienali, delle panchine di pietra a raccontarci, tra un ghiacciolo e un cono presi di corsa in una pausa al Bar Tre Valli. Terreno di ore e ore con un Super Tele a giocare a battimuro e di imprevisti inseguimenti al pallone finito in strada, zig zagando tra bestemmie e frenate di spaventati automobilisti che ci vedevano sbucare improvvisamnete dalle siepi a rimorchio del pallone. Mica c'era ancora la attuale gabbia per struzzi che tristemente, fa bella mostra di se da qualche anno a questa parte. E' stato teatro di notti alla luce dei lampioni, di interminabili partite estive che spesso finivano all'alba. Molte volte la domenica compravo la Gazzetta e mi siedevo sulla prima panchina vicina alla Gieseta a godermi la pace e il fresco delle prime ore del mattino. E' stato per anni il luogo principe di feste, di avvenimenti sociali e memorabili del paese, prima che la Baita del Fondista, ne prendesse il Monopolio. Ho assistito ad eventi indimenticabili, tra pali della cuccagna pieni di grasso e feste del villeggiante con il campo da pallavolo adibito a sala da ballo. Da tornei di calcetto organizzati da noi senza l'aiuto di nessuno, che richiamavano pubblico e partecipanti di tutta la zona. Alle prime feste della birra, quando ancora le potevi fare e la generazione dei bimbiminkia mononeurone, non mettevano a rischio l'esito associativo della manifestazione. Ho visto succedersi generazioni le piu' disparate che lo hanno utilizzato nelle maniere piu' diverse. E' stato terreno di gioco, testimone silenzioso di confidenze di pianti e risate. E' stato complice e nascondiglio di una generazione bacata che per qualche anno ne fece luogo di sconforto e di autodistruzione. Ho visto nonne e mamme regolarmentte ogni giorno portare figli e nipoti e rilassarsi ciaccolando tra loro o facendo la settimana enigmistica in attesa che il frugoletto si sbucciasse un ginocchio o mangiasse la sabbia dalle formine. Di li' sono passati migliaia di Cunardesi che ne hanno permeato l'aria e lo spazio di ricordi, testimonianze, momenti di aggregazione e di convivenza. Ora tutto e' traslocato nello spazio adibito ai giochi per bimbi proprio di fronte a lui. Ancora piu' prossimo al Bar Tre Valli. Un luogo piu' intimo e circoscritto, all'occhio vigile di mamme e nonne che in poco spazio possono trascorrere il tempo accudendo la discendenza all'aria aperta. Passo spesso per "il Parco" e vi prevale ormai un senso di malinconico e disperato abbandono e di saltuaria e irregolare frequenza. Di notte si riempie dei nostri fantasmi del passato. Del nostro vociare. Dei nostri momenti associativi piu' spensierati. Ognuno di noi ha lasciato nella sua aria, il profumo del proprio passaggio. Eppure...sono sicuro che in quella cazzo di gabbia ho visto degli struzzi.....
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