giovedì 26 aprile 2018

IL TIRO A VOLO E LA CACCIA AI PIATTELLI INTATTI.


Non avevo mai lavorato con Claudio. Lui e' di Maccagno, forse qualche anno piu' annoso di me. Mi e' toccato per scelte d'azienda. Dopo un po' mi dice. "Ti te set da Cunard.? Io.."Seee.'' "Vacca Mxxxxxx, quante gare di tiro al volo che ho fatto su al poligono di Cunardo." e mi enuncia una serie di persone a me famigliari che anche per lui sono bagaglio di ricordi. Urka. Il "Tiro.'' Gra, come hai potuto aspettare cosi' tanto? Una mattina di qualche settimana fa, approfittando di una delle regolari notti insonni che appena albeggia mi mettono addosso quel bisogno di zampettare in giro, prima che il sole si alzi e il paese si desti, prendo e mi incammino verso il "Tiro al piattello." Scelgo la strada che facevamo da ragazzi per la ex corte dei Testolini, passando davanti alla casa dei Marchesi e dei Forzinetti. Mio Ddio, che cambiamenti, potevo optare per i Mott e per la Calabria. Ma non ho piu' l'eta'. Il percorso gia' mi e' inconsueto. Molti punti sono limitati e irriconoscibili, mentre una volta, passata la casa dei Martinetti era pura natura e liberta' di percorso. Entro nella zona limitata ai piedi del "Tiro", dove a destra il percorso dei ''Pianegg'', ti avvia verso la Penegra. Attraverso quella zona di proprieta,' circoscritta da reti e capanni e come si dirada la vegetazione. Eccolo. La spianata e' la stessa. La visione della Penegra e' identica. Ma...Mi cascano le braccia. La pedana di tiro e' l'unica cosa rimasta, ma una parte e' smottata. Un monumento in rovina agonizzante. Le tettoie, le rastrelliere, i supporti per le munizioni, le panchine, non ci sono piu'. Una pseudo serra con un grosso striscione pubblicitario occupa una parte del prato laterale antistante il poligono. Un odore di abbandono, di passato violato e stuprato permea per tutto il sito. Guardo in profondita' i limiti del bosco. Tutto e' ancora simile. Guardo a destra e il castagno sotto cui Io, Pippo e il Pac ci sedevamo le domeniche pomeriggio ad ascoltare le partite negli anni 70 e' ancora lì. Mi avvicino e mi siedo ai suoi piedi. E' bastato poco. Chiudi gli occhi Gra e tutta la tua vita trascorsa li' ti si proietta davanti. Lo rivedo completo. Con la sua pedana in cemento e le sue rastrelliere per i fucili. Per noi e' sempre stato l'alternativa estiva del campo dell'oratorio. Troppo polveroso e roccioso per poterci giocare con la stagione calda. Due stecchette di nocciolo per porte o due maglioni, un Super Tele da calciare e San Siro ci faceva una pippa a noi. Un prato irregolare con zolle da motocross, senza righe ne limiti. Dopo cena era il nostro ritrovo. Chi arrivava con la vespa 50 o con la bici. Fino a che faceva buio era il nostro terreno di sfida estivo, o il punto di ritrovo di coppiette che in cerca di intimita', ritornavano sui loro passi sorpresi di trovare un tale ritrovo di assatanati ragazzini ansiosi di socializzare. Rividi, quando per salire verso la Penegra, attraversavamo il corso d'acqua e ci inerpicavamo per la scoscesa riva di alberi, fino a raggiungere la rossa roccia lavica. Mica facevamo il sentiero battuto noi, anzi, manco sapevamo ci fosse...Bevevamo dal corso d'acqua, a volte anche nei pressi di zone schiumose e di rifiuti abbandonati, ma noi abbiamo anticorpi che bisogna tenere al guinzaglio, con armature e elmi chiodati, che scalpitano e azzannano..Mica come oggi. Tutti ammalati alla prima scoreggina. Ricordai tutte le volte che da solo, in prossimita' del Natale, salivo in Penegra, anche con la neve e riempivo sacchetti di muschio colto dalla roccia. E il mio presepe profumava di Cunardo. Mi rivedo quando dopo le gare di tiro a volo, nei giorni successivi, ci recavamo al limite del bosco, dove tutti gli alberi portavano i segni dei pallini delle cartucce, per raccogliere piu' piattelli integri possibili. Pomeriggi interi a scrutare tra le felci, le rocce laviche, i cespugli e quando ne trovavi uno la sensazione era la stessa di quando andavi in un pollaio e mettendo la mano nel fieno delle cassette trovavi un uovo caldo appena fatto. Non dovevano avere imperfezioni, ne crepe, ne graffi. Qualcuno fini' col trovarne una dozzina. Era un cifra esorbitante se si considera che li si cercava almeno in 6 o 7. Poi  finivano in qualche cassetto a casa. Una soddisfazione effimera di un pomeriggio in competizione. Mi rividi, quando seduto sullo schienale di una panchina e appoggiato a una rastreliera per fucili, per 4 giorni scrissi la tesi di italiano su Carlo Levi, per gli esami di maturita' di scuola superiore, tutta a penna, nel silenzio della natura circostante. Ogni tanto qualcuno passava, a passeggio,mi guardava incuriosito, io lo guardavo indagatore e riprendevo a scrivere. Mi rividi quando per i primi approcci con la moto anteguerra di mio papa' mi recavo nel prato davanti al poligono per imparare come si cambiavano le marce. Sobbalzavo nelle zolle d'erba irregolari cercando di gestire quel mezzo cosi' pesante e rigido. E poi, mi ricordai della festa piu' bella che alberga nella mia mente di ragazzino. Forse fu organizzata dall'Italico. Credo una festa dei cacciatori. Non so quale fu l'occasione. Forse il culmine conclusivo di una importante gara di tiro. Ricordo solo che una sera, il poligono era illuminato di lampadine e di bancarelle e la gente arrivava a frotte. C'era odore di costine e salamelle. Ricordo che anche i miei genitori deambulavano ad cazzum in loco. Ad un certo punto. Con lo sguardo rivolto in alto, verso la Penegra, ci sedemmo nel prato e dei fuochi d'artificio spettacolari illuminarono la notte. E' un ricordo che porto da sempre e di feste ormai ne ho viste parecchie. Mai piu' rinnovato ne mai avvicinato come emozione da nessun altra festa. Ogni sentiero, ogni percorso battibile era archiviato nella mie mente, La parte che scende verso i Runchitt o la parte che scende dietro il campo sportivo della Chiesa. Credo che prima di oggi, l'ultima volta che salii verso il "Tiro" fu in occasione di un gara valida per il Palio dei Rioni. Quando il Palio era " Il PALIO". Quando tutti coloro che cacciavano ed erano depositari di fucili, partecipavano alla gara per il proprio Rione centrando piu' piattelli possibili. Un turbine di ricordi, lontani, anche questi mai piu' rinnovabili. Erano le 8.30 forse. Mi alzo dalle radici dell'albero. Mi spolvero i pantaloni sul culo, dalla corteccia e dalle foglie. Faccio qualche passo per avviarmi verso casa. Ma mi blocco. Mi giro, do' un ultimo sguardo ad un altro pezzo di Cunardo e della mia vita che non tornera' piu'. Lo memorizzo e lo spingo in un cassetto della mia memoria. Poi, mentre riprendo la strada per il ritorno..abbasso la testa e malinconicamente sorrido tra me e me.
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