mercoledì 25 aprile 2018

IL CONCERTO DI VAN DE SFROOS E IL SAN MARTINO.


 " E scùlta i spiriti e scùlta i fulètt
che ranpèghen söel müür e sòlten föe di cassètt
g'hann söe i vestii de quand sèri penènn
i ne vànn e i ne vègnen cun't el büceer del vènn... "
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Potrebbe essere stata la prima volta che percorrevo la via Rossini fino al campo sportivo, per un motivo che non fosse inerente al pallone. Felice come un bambino che va al circo, con in mano il suo biglietto per sognare, mi unisco alle altre persone, che piano piano, abbondantemente in anticipo, da tutte le strade del paese, fanno processione mormorante fino ai cancelli del terreno di gioco. Nella stessa sera avrei potuto unire i miei tre amori, per la musica, il calcio e il San Martino...Quella sera a Cunardo suonava il Davide Bernasconi da Monza in Van de Sfroos. Il cantastorie del nostro territorio. Una sola ragione univa e aveva richiamato probabilmente la maggior parte dei presenti. Il dialetto. Da chi si cibava di concerti, a chi amava la musica, a chi adorava il personaggio stesso e a chi voleva per una sera sentirsi parte di un territorio attraverso ballate cantate nella sua lingua, anche se con inflessioni differenti, c'erano tutti. Un dialetto che abbraccia le varie valli del Comasco del Varesotto e il Canton Ticino e racconta storie in allegorici versi, di vita semplice, di personaggi folcloristici che tutti i paesi hanno, di piatti cucinati e cultura paesana che fortunatamente ho fatto in tempo a vivere, quando Cunardo pullulava di eroi di strada, di corti vivaci, di lobbie con le pannocchie a seccare, di pollai, orti, stalle e odori. Di gente semplice e sorridente. Di anziani detentori di saggezza e bocia tremendi, che si accontentavano di poco. Prima che un irreversibile ''progresso'' cosi' mi hanno detto che si chiama, ne facesse a poco a poco assumere un aspetto tenue, sparpagliato, indifferente e trafelato. E' luglio e mentre attraverso il cancello e metto piede sul terreno di gioco, il San Martino in canottiera, sta spadellando e buttando l'occhio sotto di se con fare indagatore. Si domanda, che intenzioni ha quel marasma di gente, che a poco a poco si assembla sotto un palco, allestito dove in precedenza, ogni domenica, un gruppo di vocianti scalmanati sotto la guida di un direttore d'orchestra con fischietto, rincorrevano un pallone, impedendogli regolarmente il pisolo pomeridiano?  Non avra' intenzione di fare casino fino a tarda notte, quella marmaglia..?! Lo sguardo torvo della montagna segue ogni mossa, identifica ogni singolo elemento. Sia mai che poi lo denuncia per schiamazzi. Amo quella montagna, amo la sua presenza mattiniera ogni volta che spalanco la finestra, la sua discrezione e il suo vegliare su di noi. Amo quella montagna perche' e' stato testimone silenzioso di tutti i passaggi importanti della mia vita, senza giudizi, senza prediche, un continuo sbirciare e sorridere, come un saggio anziano che lascia che sbagli senza fartene una colpa, sempre benevolo e comprensivo. Sento ancora i suoi sguardi da dietro il campanile negli interminabili pomeriggi passati Su al campo, mentre per giorni, giorni e giorni si rincorreva il pallone. Amo questa montagna con i suoi meravigliosi tramonti, in cui ci nasconde il sole per scherzo, per poi restituircelo il giorno dopo come un giocoso burlone. Amo la sua cima imbiancata, quando dopo le nevicate, si diradano le nebbie e l'aria fredda si propaga nella valle nelle giornate di inverno. Amo questa montagna perche' ha pianto insieme a me, quando nelle serate invernali, dopo cena, anziche' recarmi al Bar Tre Valli, salivo Su al campo dietro la chiesa e da solo, lasciatomi alle spalle l'ultima luce del lampione del piccolo parcheggio, varcavo il cancello e attraversando il terreno di gioco, nel buio piu' completo, mi recavo sulle rocce dietro la porta del bosco, accendevo una sigaretta e guardando i lumini della Valcuvia, la Sua sagoma piu' nera della notte, mi consolava e mi abbracciava, paterno complice dei miei primi turbamenti adolescenziali. Amo questa montagna perche' ci sara' per sempre. Anche quando avro' bisogno di un cenno di conferma. Quando gli chiedero' se la Cunardo fantastica che mi ha visto crescere e' davvero esistita. Allora Lui mi strizzera' l'occhio e aggrottando le sue sopraciglia da grande vecchio, mi confermera' che non ho sognato. Credo che Cunardo non sarebbe la stessa senza la sua presenza. Non saprei neppure come immaginare il paesaggio senza le sue due gobbe perfette che si stagliano davanti al nostro paese. Perche' solo da qui si vede cosi' perfetto nella sua simmetrica siluette. E forse, il personaggio principale di questa narrazione, forse e' proprio Lui. Torniamo a bombazza. Mi sono sentito nudo a calpestare il terreno di gioco senza scarpe da calcio. Una sensazione strana..inconsueta. Mentre mi avvicino al palco posto davanti alla porta alla sinistra della piccola gradinata, vedo tante facce che conosco, di tutte le eta', tutti a raduno perche' stasera tutti cercano un'emozione comune, una motivazione che esalti il senso di comunita' al paese, se non addirittura al territorio. Dalle persone anziane alle nuove generazioni, scorgo visi conosciuti del quotidiano e mi sento davvero tanto orgoglioso di essere nato qui. Poi,da lontano, una persona con viso noto attira la mia attenzione. Coppola da mafioso calata sugli occhi, gilet di raso nero con sotto una t.shirt,  parlata animata con blando accento ticinese, sottolineata da un abbondante gesticolare. Look da pappone di Miami insomma. Ci riconosciamo. Cazzarola e' il Fra'. L'ultima volta che ci incontrammo fu 6 anni prima, proprio su quel terreno, ma lui allora era mio compagno di squadra e aveva una divisa da gioco come la mia. Baci e abbracci di circostanza, due chiacchiere. "Deh...ma cosa fai qua..?  Ti piace il Van de Sfroos,? " ...gli dico.. Lui mi dice...." Veramente...io sono qui per aprire il concerto del Van de Sfroos.."  Basito e' dir poco. Pensa te...?! Non puoi lasciare uno da solo per sei anni che si mette ad aprire i concerti per il Van de Sfroos..Tze'. Mi racconta che ha una band, che fa blues, che e' il cantante del sodalizio e che gira il territorio dando fiato alla sua passione. Pochi minuti e mentre all'imbunire il San Martino, sempre con occhio diffidente, impiatta e si mette a tavola, il Fra' sale sul palco e da vero front man della sua band, coinvolge e scalda il pubblico, nell'attesa dell' evento di richiamo piu' rinomato della serata. Clap clap clap....bravissimo Fra'. Grande, grande davvero...Poi arriva Lui. Il Van de Sfroos. Puntuale. Sono poco distante dal palco. Ormai il San Martino ha spento le luci e pronto al rutto libero, dimentica il fare sospettoso e si lascia coinvogere mentre dal palco cominciano i primi suoni della baraonda folk del Bernasconi. L'idioma e' il nostro. Le canzoni quelle note..Le storie sono quelle di tutti noi, dalle corriere alle polente, dai contrabbandieri ai pescatori, ai personaggi inconsueti e le loro storie, cosi umane e cosi nostrane...come anche noi a Cunardo ne avevamo. Una musica che ti coinvolge coi testi  comprensibili a tutti noi di qui, con uno sfondo musicale, trascinante che mette voglia di cantare e ballare..C'e' coinvolgimento totale...Ogni tanto mi guardo intorno e vedo esternazioni diverse di compiacimento di partecipazione. Le conosco tutte e le canto a squarciagola, muovendomi a ritmo addirittura. Al punto che la mia forma astrale sconvolta, esce dal mio corpo, si piazza di fronte a me sospesa a mezzaria e mi guarda scioccata: "Cazzo fai Gra..? Stai cantando e ballando..?.." Vero.. Ho visto decine di concerti nella mia vita, tra stadi, palazzetti, discoteche e locali. Dagli U2 a Springsteen  dai Rem ai Pearl Jam, dai Red Hot ai Clash, ma mai mi sono lasciato andare a piu' che un leggero movimento di anca o un piede che batteva il ritmo in modo sincopato..Ma questa sera era diverso. Questa sera i miei amori, convergevano in un unico spazio. La Musica, il Calcio e il Mio Paese. Niente avrebbe potuto darmi piu' adrenalina. Canta tutto il repertorio ed e' un crescendo di applausi e di sensazioni. Dopo qualche cover e un bis, saluta e alla fine restano solo i rumori di una serata che piano piano prende vita nello sciame di persone, che lentamente, riprendendo la strada di casa, raccontano, esaltano, criticano, cantano. Anche io mi avvio, con il mio topo in bocca scodinzolante, piu' leggero sui miei passi, con nella testa una serata che non scordero' mai. Uscito dal terreno di gioco, percorro la salita lentamente e alle mie spalle un ronzio richiama la mia attenzione. Mi giro...E' il San Martino che sta russando beatamente. Ai suoi piedi sotto il tavolo, un fiasco vuoto che sparge le ultime gocce di vino a terra e i resti di un pasto. A me sembravano avanzi di polenta e gallina fredda..'Ndemm va Gra....C'e' un fantasma sulla veranda che ti aspetta.
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