Preciso che non e' un ricordo autocelebrativo. Se ancora oggi la generazione di Cunardesi che mi ha visto crescere mi identifica come " 'l fio' du Bepi.." o " 'l fio' del ciclista " , probabilmente ha lasciato un ricordo. Comunque, anche se non fosse stato mio padre e io avessi avuto una bici, anche io la avrei portata ad aggiustare da lui. Io la bici non la ho mai avuta, usavo la sua, se avevo voglia, una 26 degli anni quaranta, da corsa, col telaio rosso metallizzato scolorito e con il manubrio a corna d'ariete, che gli aveva regalato Luigi Ganna, negli anni della sua gioventu'. Non esisteva un negozio di bici a Cunardo e il fatto che anche dai paesi limitrofi venissero a farsi sistemare i mezzi, vuol dire che non c'era neppure nel circondario. Molti hanno sempre creduto che fosse il suo lavoro primario, soprattutto i Milanesi che
d'estate affollavano il piccolo garage, non sapevano che era un modo, come diceva lui, "per tirare fuori i suoi vizi" e lasciare intatta la busta dello stipendio, che regolarmente al 27, affidava interamente a mia mamma. Si dedicava a questa attivita' per passione. Una passione che aveva imparato a bottega a 10 anni quando ancora viveva in Veneto. Per molto tempo cerco' di trasmettermela e Dio sa quante gomme e freni ho riparato. Purtroppo a me e' facile, insegnarmi le cose, ma non mi bisogna mai dire come devono essere fatte. Lui le chiamava "le malizie". Così, spesso, il nostro rapporto collaborativo aveva degli ampi vuoti. Diversamente da me, lui ha sempre adorato il ciclismo piu' che il calcio. In quegli anni Cunardo pullulava di bici. Le piu' disparate, mica quelle super mega sofisticate per imitare il papa' che la domenica va a fare l'atleta dopo una settimana di lavoro. L'importante per noi era che fossero con gomme gonfie e che frenassero. Ma anche no. A volte anche i cerchioni avevano il loro perche'. Punto. Tutti ne avevano una e soprattutto la adoperavano. Scassate, magari rifatte con i pezzi piu' diversi. Da cross, da corsa, da strada o Grazielle e chi voleva fare lo sborone la Saltafoss..con annessa antenna e radio. Il laboratorio del Bepi, non aveva una regolare frequenza, poteva capitare che fosse colmo di bici da riparare o a volte anche vuoto. Andava anche dietro alle stagioni e alla possibilita' di scorazzare in bici. D'estate dicevo, anche molti Milanesi gli portavano le bici a riparare. Sembrava che sti sfigati come arrivavano qua, gli si rompessero e spesso ne potevano usufruire per poco tempo, visti anche i tempi di dedica di mio padre, che durante la settimana lavorava a Varese presso la Macchi. Un antro dello stregone, pieno di pezzi accumulati da precedenti riparazioni, pedali, campanelli, manubri, carter e catene. Un bancone da lavoro pesantissimo, che ancora possiedo, colmo di attrezzi anteguerra ma indispensabili se hai saputo darti un organizzazione di come poi lavorare. Il suo pezzo d'orgoglio era un tiraraggi che si era portato ancora da che lavorava a bottega. Ne era gelosissimo. Dopo la riparazione, sui campanelli o nella levetta del freno un biglietto di carta a quadretti su cui scriveva l'importo. Odiava le bici da cross. Diceva che non erano bici e che erano tutti soldi buttati via da parte dei genitori. Per lui la vera bici doveva essere da strada. Quella classica col manubrio corto insomma. Odiava le camere d'aria nere, le prime sintetizzate dal petrolio, mentre adorava quelle di vera gomma rosse. Quelle che poi ci potevi tagliare strisce elastiche per fare delle spettacolari fionde. ( Ricordi Giamma...?) Le nuove generazioni di bici non lo sconfinferavano piu' di tanto perche' secondo lui erano fatte per rompersi. A volte per un lavoro ci passava anche una giornata intera, se doveva raddrizzare una forcella o un manubrio, o saldare un mozzo o modificare un carter.Se poteva non comperava pezzi nuovi di sostituzione, soprattutto per non pesare sulle spese del cliente, dopotutto eravamo tutta gente di Cunardo che ci si conosceva benissimo. Lo sentivi sempre fischiettare due o tre motivetti, sempre quelli, tra una martellata e un'altra. Il clou arrivava nel periodo in cui a Cunardo si disputava la Sei giorni ciclistica e allora il garage si riempiva di bici, con in testa il Piero Maganza e a seguire molti altri. Tutte da controllare, da centrare o tirare i raggi. Ricordo l'anno che fu ospite Moser. Mio padre ebbe lo slancio di stringergli la mano e gli disse: "Io pero' sono per Saronni." Ogni bambino aveva una bici, era il giocattolo che tolte le rotelle ti permetteva di raggiungere qualsiasi angolo del paese in autonomia, un vero e proprio certificato di liberta'. Non ci interessava fossero belle, nuove, tanto poi le modificavamo noi, con le frangie alle manopole del manubrio, con le figurine attaccate con le mollette ai raggi. A Cunardo non c'era un traffico esagerato anche se la via che attraversava il paese era a doppio senso. Potevi fare gare e corse spericolate per le vie, male che andava rimediavi una "tombola" con ginocchio sbucciato annesso, niente di piu'. E tanto al limite, alla bici poi ci pensava il Bepi ciclista.
POI ANNI DOPO, APRI UN CASSETTO E...

Ma quante gomme avranno riparato...e avro' riparato con sti ''aggeggi''...Miliaia di sicuro......La camera d'aria si riparava capovolgendo la bici e senza togliere la ruota...a meno che non fosse da cambiare e rimettere nuova...Ma il Bepi mi aveva insegnato anche a fare le ''giunte'' e a recuperare una ''cameradaria'' nuova da una scoppiata...Per cui bastava tagliare quelle vecchia, mettere quella da giuntare e fare la giunta senza togliere la ruota...Il Bepi era perentorio: ''Quando rimetti su il copertone non devi usare nessun attrezzo''...C'era chi a casa non aveva questi leverini e usava manici di cucchiaio o di forchetta...Poi quando la gomma perdeva le portavano a mio papa'. Il Bepi insisteva...''Devi farlo risalire con pazienza..spingendo con le dita lungo il bordo, un po' da una parte e un po' dall'altra.. e quando arrivi all'ultimo pezzo devi aiutarti col palmo della mano...spingendo, da sotto il cerchione. Se usi un attrezzo rischi che pizzichi la camera e poi se si buca domani te la riportano indietro''..''Ti insegno le malizie'' ...Mi diceva... Quando Lui non c'era e io ero solo in garage a volte mi sono aiutato con i leverini per fare risalire il copertone...E a volte in effetti il cliente e' tornato indietro...Lui capiva e mi diceva...'' 'a scumeti ca ta le' pizzigada...''...E aveva ragione... Ricordo la ricerca dei fori....le bolle nell'acqua, nel catino verde...Il mastice che spargevo sulla gomma e sulla pezza fatta con un'altra toppa, ritagliata da una camera d'aria da buttare. Ricordo quando da fili di freno rotti ne ricavava di nuovi. Saldando dello stagno, su una delle due estremita' aperta a fiore e poi stretta con la pinza, dopo averla imbevuta nello stagno fuso e poi nell'acido...Mi insegno' anche quello...Non comprava nulla...Recuperava tutto..L'importante era che le bici andassero..Non si era cosi' sofisticati..E non si poteva spendere tanto...Solo i Milanesotti avevano la puzza sotto il naso...Faceva spesa a Varese solo una volta al mese dal signor Cervini...dove ora ci sono le Corti. Comprava solo tamponi per i freni, valvole, qualche metro di guaina per freni, copertoni solo se era necessario, cerchioni niples e raggi se doveva montare una ruota da zero. Odiava le gomme nere, quelle che sostituirono le cameredaria di gomma rossa...Non tenevano bene le riparazioni..E non funzionavano neppure per fare le fionde. Odiava le bici da cross perche' diceva che erano '' di baracc'' fatte solo per rompersi...perche' poi sclerava quando doveva raddrizzare i mozzi del manubrio o le forcelle... Per lui le vere bici erano solo quelle da strada. Non quelle da corsa...Quelle da strada, quelle col manubrio da passeggio insomma...Quando apro i cassettoni del suo banco di lavoro ci sono ancora tutti gli attrezzi che usava...Gli artifici che aveva inventato per organizzarsi meglio il lavoro...Molti li ho usati anche io nelle officine dove ho lavorato...Poi li ho sempre riportati a casa...Lime, martelli, squadre, pinze gripp....In quei cassetti sono racchiusi anni di passione, anni di una Cunardo semplice, tutta la mia infanzia...Ma soprattutto l'anima di mio papa'.
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