mercoledì 25 aprile 2018
IL ''VALECC''.
Prefazione.
Da che c'e la Vecchia Cunardo, spesso, la sera, quando rientro dal lavoro, ho difficolta' a trovare parcheggio adiacente il Parco Giroldi, in Piazza IV Novembre. All'inizio sbotto...poi Cristo un po'...ma felice e volentieri transito fino al parcheggio della Forestale o alle scuole. Mai parcheggerei di fronte al Monumento dei caduti o in Piazza IV Novembre. Ci sono i cartelli. E' un genetico rispetto per il mio paese per i suoi simboli e per coloro che hanno sacrificato il loro futuro per valori, effettivamente, oggi obinabili visto l'attuale situazione della Nazione. E poi...Se non si puo' non si puo'. E come me..veri Cunardesi, come i fratelli Rancati o il Titti, abitudinari del parcheggio non la metterebbero mai in Piazza. Men che meno davanti al monumento. Dal parcheggio della Forestale percorro un tratto sterrato solcato dai passi di altri e salgo dal recente sentiero di pave' rosa dirimpetto che mi riporta in Via Vaccarossi passando sotto la proprieta' dei Bozzoli. Passo davanti la ''casa'' dello Sceriffo, percorro una corte porticata fitta di auto di proprieta'.. ed eccomi di fronte allla scritta di Mussolini. Poi subito dopo a pochi metri..casa mia...Inevitabile un turbine di ricordi percorrendo quel tragitto a distanza di 45 anni. Eccoli:
Bisogna avere almeno 35 anni...e forse non bastano neppure per ricordarsi del Valecc...Era un corso d'acqua che scorreva tra due scoscese rive a copiare la discesa della forestale. Un vero e proprio rivolo d'acqua, dove oggi, adeguatamente riempito a dovere, sorgono le due villette e il sottopassaggio graffitato che attraversa la provinciale. Quello tutto in cemento che non usa mai nessuno, visto che scesi dal pulmann, tutti quanti aspettano il decongestionarsi del traffico e traversano sciue' sciue'...Mi sono sempre chiesto se sotto ci sono artisti di strada. One man band, come in ogni sottopassaggio o metropolitana che si rispetti. Insomma, di fronte al complesso ricreativo che da L'Angolo, ha assunto varie denominazioni fino ad oggi...Vabbe'. Se siete di Cunardo avete capito. Per ricordarselo dovevi abitare nel Cantun Merda o vivere Cunardo quotidianamente, se addirittura non abitavi al Villaggio Milano e quindi percorrevi la discesa della forestale regolarmente. Due rive, a nascondere un corso d'acqua putrida, inseminata da varia oggettistica di scarto che spariva sotto il ponte della strada. Dai lavandini, alle bottiglie, dai tostapane a sacchetti dall'incognito contenuto. La sponda che costeggiava la discesa asfaltata della forestale, era prettamente cespugliosa e specie nelle stagioni miti, si riempiva di rovi e sparse macchie di vegetazione. La sponda opposta al ruscello era piu' alberata. A noi era quella che interessava. 4 alberi in sputazza, per noi erano una giungla. Lo stesso valeva per il boschetto delle scuole, ma questa e' un'altra storia. Cresciuti col mito di Tarzan, Sandokan, Zagor e avere la disponibilita' di alberi, un corso d'acqua e belve per noi era il massimo. Per noi era "La Fogna" ed era proprio cosi'. Era lo scolo della fognatura, ma noi nella nostra candida ingenuita' pensavamo fosse un ruscello...leggermente sporco...piuttosto maleodorante, ma un ruscello. Nelle giornate piu' noiose e assolate, magari seduti su una panchina spalle al parco Giroldi, in Piazza 4 Novembre, il piu' avanti di noi salta fuori con...''Cia' andiamo alla Fogna?'' E via. Scendevamo per la corte del Carletto e dell'Angela Frontali, dove negli ultimi anni della sua epopea visse il Sceriffo, percorrevamo il tratto sterrato sotto il giardino dei Bozzoli..Vero Sandro? Quante volte anche tu con me. La zona era molto ombrosa, la luce non passave le fronde delle piante. Un gruppo di alberi di sambuco faceva da primo impatto, con la scoscesa riva, che disseminta di beni di scaduto utilizzo, terminava con il corso d'acqua grigio marrone che scorreva verso la provinciale. Fermarsi li'? Solo nelle giornate di vera noia. Allora, raccoglievamo decine di bottigliette di succhi di frutta di vetro e le mettevamo appollaiate sui rami degli arbusti. Poi, siccome il Bepi mi aveva insegnato come costruire un tirasassi, 'na fionda, via, passavamo interi pomeriggi a centrare le bottigliette e a vederle andare in frantumi. Spesso si decideva di scendere nei pressi del corso d'acqua. Le rive erano effettivamente scoscese, irte di oggetti poco salutari, per noi che vivevamo in calzoncini corti e sandali quasi tutto l'anno tranne le domeniche e le feste comandate. Ma noi avevamo anticorpi che abbaiavano e che dovevamo tenere al guinzaglio, altrimenti mordevano loro, i batteri. Ed eccoli. I toponi. Le rive del ruscello, all'altezza del filo dell'acqua, pullulavano di buchi scavati dai ratti. Spesso li vedevamo a iosa aggirarsi tra le nefandezze del Valecc. Erano enormi e effettivamente mi fanno piu' ribrezzo oggi che so cosa sono, che ieri con l'incoscienza della giovane eta'. Li sfidavamo, a volte con bastoni, a volte con la fionda. Sentivamo il sordo impatto dei sassi quando li centravamo. Ci sono state volte che ci siamo trovati anche a solo un metro distanti da loro. Bah, l'incoscenza potrebbe governare il mondo. In linea d'aria, casa mia era situata a trenta metri dal Valecc. A volte i ratti scavavano gallerie sotterranee e siccome il terreno era in terra battuta, irrompevano nella legnaia dove mio padre aveva la caponera dei conigli. Piu' di una volta sono riusciti a portare via i coniglietti appena nati. Ricordo che un tempo mio padre, riempi di vetri le gallerie fatte dai ratti, per evitare che tornassero e in seguito cemento' blandamente il terreno. Pochi anni dopo trovammo delle nuove gallerie alternative. Comunque, la caccia alla pantegana non era il solo divertimento che ci proponeva la fogna. Arrampicarsi sugli alberi, era la ginnastica piu' salutare e gratuita che si potesse fare negli anni dello svezzamento. Se poi gli alberi hanno rametti talmente esili che non potrebbero reggere neppure il tuo peso..... Io in quegli anni ero meno di un gambo di sedano. Mangiavo e bruciavo, anzi, mangiavamo e bruciavamo. Obesi mica ce ne erano ai nostri tempi. Sta di fatto che un bel di'..Io e il Giamma, saliamo su di un albero a mezza via tra il ruscello e il sentiero che portava alla provinciale. Il Giamma era gia' in cima, io mi appropinquavo a raggiungerlo. Ad una sostenuta altezza, sento che gli esili rami che mi sostengono cedono. Scendo abbracciato all'albero sfrondandolo completamente col mio corpicino, fino ad impattare a terra con le ginocchia. Pesto il viso contro il terreno molliccio e il contraccolpo me lo fionda all'indietro tipo molla. Resto ricoglionito e sorpreso. Dall'alto? Una grassa risata. Il Giamma si stava sganasciando dalle risate. Funzionava cosi'. Era giusto cosi'. Qualsiasi cosa suscitasse ilarita', non ci trattenevamo. Oggi toccava a me domani a te. C'era un sottile patto che ci accumunava tutti nel gioco. Forse eravamo consapevoli senza saperlo, di quanto una situazione fosse realmente o meno pericolosa. Ne ridevamo. La raccontavamo per giorni e ne continuavamo a trovare nuovi risvolti grotteschi e divertenti. Non saprei sinceramente in che anno la fogna cesso di esistere. Quando cominciarono il riempimento. L'attuale percorso di porfido rosa ha cancellato le nostre impronte sul sentiero che percorrevamo per raggiungere la nostra giungla. Quando scendo con la macchina per la discesa della forestale, spesso rivedo nella mente, sull'altra sponda, dove ora sono le due villette, un gruppo di bambini in calzoncini corti, con il tirasassi, che sfidano grossi ratti o distruggono bottigliette. E mi chiedo ogni volta....Ma siamo noi ? Siamo proprio noi? Cosi' semplici, fantasiosi, cosi' pieni di voglia di inventare, la generazione sbagliata?
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