giovedì 26 aprile 2018
LE ESPLORAZIONI DELL' ''ORRIDO'' DI CUNARDO.
Per come lo sentii descrivere nei racconti delle mie sorelle quando ero piccolo, l'Orrido di Cunardo me lo immaginavo come un labirinto di grotte, sempre piu' addentranti verso un sottosuolo buio, freddo e abitato da forme viventi deformi o mutate. Nei loro racconti sembrava avessero vissuto un'esperienza avventurosa oltreche' audace. La stessa parola Orrido poi, secondo l'etimologia italica sta a definire qualcosa di spaventevole, che suscita orrore. In seguito, ci portarono negli anni seguenti, anche le mie cugine di Luino, che venivano regolarmente a passare l'estate presso mia nonna Veronica. E anche loro sembravano entusiaste della esperienza. E io chi ero? Il figlio della serva? Sta cosa cominciava a solleticare il mio spirito di avventura ed essendo ancor nella fase di cucciolo, in cui si esplora il territorio circostante, marchiandolo qui e la' con pisciatine, la voglia di emulazione prendeva sempre piu' il sopravvento. Secondo me, non si spinsero mai oltre la scoscesa pendenza tra gli alberi, che dietro la curva di cespugli, rivelava una grossa bocca cavernosa, che a prima vista intimidiva e ti dava una parvenza di entrata per mondi nascosti e ultraterreni. La bocca definita Antro dei Morti...Brrrrrrr. Nascere a Cunardo e non aver esplorato l'Orrido e' come nascere a Milano e non essere mai entrato al Duomo. Poi figurati, da ragazzini ogni avventura era buona per riempire il tempo e farne racconti per bullarsi coi compagni e allora via. Da solo non ci sarei mai entrato, questo e' sicuro, ma l'unione fa la forza anche per vincere le paure dell'ignoto. Ci recammo in fila indiana al bivio tra Bedero e Ferrera. Conoscevo bene quella strada fino al bivio. La avevo percorsa decine di volte anni addietro, avendo il terreno in Tenda prossimo alle abitazioni dei Scapinello. Una pertica di terra ai confini col Margorabbia, con un traliccio dell'alta tensione che faceva da riferimento. La mia nonna Veronica ci coltivava il granturco e le patate. Io passavo il tempo rincorrendo libellule e farfalle come la vispa Teresa o stuzzicando micro ranocchie con un bastoncino. Ricordo ancora quando seduto su una piramide di patate, impignate su un carrettino, la Veronica mi trasporto' trainandomi, camminando a piedi fino a casa. Aveva 80 anni. Localita' Ponte Nativo. Ogni volta mi soffermavo coi gomiti appoggiati al muretto a guardare la cascata della chiusa dietro casa del Brega. Un salto d'acqua che mi faceva fantasticare. Mi sembravano enormi e io orgoglioso che a Cunardo ci fosse anche una cascata. Spesso sul fondo, sulle rive, tra i rovi, si vedevano grossi topi. Altro materiale per immaginare chissa' che ambiente selvaggio celava. Chiusa la divagazione nostalgica, torniamo a noi e alla strada per l'Orrido. Al bivio, proseguendo a destra, dopo poche centinaia di metri, un piccolo spiazzo erboso a bordo strada ci da modo di sostare e prepararci per l'avventura. In quegli anni ancora non c'erano i tavoloni in legno come area di sosta e la cartina incorniciata della Comunita' Montana e del parco del Campo dei Fiori che ti dicevano. Tu sei Qui. E cazzarola, Noi lo si sapeva che si era Li'. E' li' che ci si voleva essere. Bah. Era tutto ancora allo stato brado, nessuna scaletta di assi e terriccio, scavata nella ripida discesa, nessuno scorrimano per appoggiarsi e soprattutto nessuna ringhiera metallica a mo' di barriera, che impedisse l'accesso libero alle grotte. Ricordo che scendemmo per la riva tenendoci ai tronchi degli alberi piu' esili, attenti a dove mettere i piedi per non ruzzolare fino in fondo al bosco. Il percorso ripido e friabile, faceva due anse strette a mo di serpente e li' il terreno diventava quasi sentiero battuto, visto che qualcuno con regolarita' lo percorreva. Ad un certo punto restai stupefatto. Una grossa caverna, grande come non la avevo immaginata, per cui, grande grande, si propose davanti al mio sguardo incantato e sul momento quasi mi fece sentire gia' realizzato cosi'. L'entrata, era protetta da un breve tragitto di grossi massi e rocce, disposte a casaccio sul percorso in discesa, fino a stopparsi in prossimita' della grotta e obbligavano a mantenere un certo equilibrio da stambecco per potercisi avvicinare alla bocca vera e propria. Sul fondo scorreva un torrente d'acqua piuttosto rumoroso e agitato, che la corrente faceva scomparire da qualche parte a destra, nell'interno della caverna. Ricordo l'acqua trasparente come vetro, di una limpidezza che non rammentai di aver mai visto prima. Si distinguevano perfettamente i sassi sul fondo e i ciotoli ghiaiosi di cui era composto. Qualcuno di noi ci era gia' stato. Non eravamo equipaggiati. Sinceramente si decise di proseguire sul momento. Qualcuno previdente aveva portato una pila. Mica una torcia, propio una pila. Quelle piccole da casa, che a volte non sai neppure da quanto tempo la batteria e' stata utilizzata. Quelle da fustino da detersivi daiii. Beh. Ormai il giocattolo lo avevamo trovato, ci si sarebbe ritornati, cio' fu cosa buona e giusta.Tornammo il giorno seguente equipaggiati alla meglio. Due o tre pile a testa. Si sa mai che resti al buio a 12 anni chiuso in un cunicolo con pipistrelli e trolls. Scendemmo finalmente all'interno della grossa bocca e subito notammo ancora visibile alla luce del giorno, un cunicolo dislocato a destra dell'entrata. Accendemmo le pile e cominciammo ad addentrarci. Era percorribile seduti sui talloni e in larghezza piuttosto capiente. Ricordo che mi trovai su delle lastre di roccia in pendenza che percorsi trascinando il sedere fino ad un primo salto. Una seconda parte sempre delle stesse dimensioni ci porto' ancora piu' in profondita'. Ad un certo punto si pote' di nuovo tornare a stare in piedi. La grotta era di grosse dimensioni e alle spalle il cunicolo che avevamo percorso non ci sembrava piu' cosi' impeditivo. Per sicurezza presi le misure per togliermi il pensiero che poi sarei riuscito a risalire, saltare e' stato facile, al ritorno avrei dovuto arrampicarmi. Dopo un breve tratto, un chiarore sempre piu forte ci fece capire che eravamo prossimi a rivedere le stelle. Rimasi incantato. Uno stralcio di natura incontaminata, una cascata con una grossa pozza di acqua trasparente, vegetazione lussureggiante e nessun rumore urbano. Pensai che forse avevamo scoperto una terra abbandonata dal tempo. Non mi sarei meravigliato di vedere volare pterodattili o fare incontri con animali preistorici di un tempo che fu. Giuro che con la fantasia dei miei 12 anni, ne fui al momento, totalmente convinto. Guardai in alto, non riuscivo a dar una dislocazione sul territorio, al posto dove eravamo. Non si sentivano macchine, ne voci. ( Solo dopo qualche anno, mi resi conto che proseguendo sulla strada per Ferrera e buttando l'occhio in basso a destra, tra gli alberi, questo posto si vede.) Proseguimmo e qui comincio' l'escursione vera e propria. Una seconda grotta, questa volta piu' breve, con il muro che colava acqua e piccole stalattiti e stalagmiti sul terreno nascondeva un accesso stretto e alto. Cominciammo a percorrerlo strisciando in piedi tra le pareti e dopo un breve tratto fummo costretti a piegarci e quindi a strisciare. Con la pila sempre ben salda, cominciammo a vedere che il percorso diventava sempre piu' angusto. Quando si arrivo' al punto che non si poteva piu' avvanzare, comincio' l'impresa di tornare indietro al contrario. Una volta usciti, percorremmo in modo approssimativo anche altri cunicoli o tragitti, ma eravamo gia' soddisfatti. Tornammo a ritroso fino alla bocca Madre. Risalimmo il percorso impervio che dalla riva di alberi riportava alla provinciale e tornammo a casa. Non potevamo tenere per noi l'esperienza e la dispensammo da bravi banfoni a larghe mani. Ci venne spesso chiesto. Ma la avete vista la Madonnina..? Affrontooooo. Effettivamente nooo. In silenzio ci si accordo' per tornarci, sia mai. Come andare a Parigi e non avere visto la Tour Eiffel. Nei giorni a seguire ci facemmo di nuovo visita piu' volte. Sempre piu' equi e paggiati. Ma della Madunnetta non riuscimmo a trovare traccia. Qualcuno ci indottrino' in seguito, dicendoci che un tratto in corrispondenza era franato e non era raggiungibile, altri che la cappelletta era solo una leggenda, tipo i coccodrilli nelle fogne di New York. Ci si mise l'anima in pace. Divenne per qualche pomeriggio l'argomento clou dei nostri discorsi. Forse per me, lo sentii come un ennesimo battesimo come Cunardese. Un altro gradino percorso che confermava la rinomanza Doc di origine. Negli anni a venire, molto prima, della attuale, plaudita, rivalutazione del complesso attuata di recente, seduti fuori dal Tre Valli, le domeniche, capitava spesso di vedere cordate di persone o di speleologi che infangati e bardati di tutto punto si recavano presso l'Antro dei morti. Io mi sentivo un precursore e gongolavo. Ci sono tornato negli ultimi anni qualche volta. Mi sono soffermato alla balaustra metallica e guardavo la caverna principale. Mi chiedevo da quanto tempo prima che io nascessi lei fosse gia' li' e quanto ci rimarra' ancora, dopo. Poi tendevo l'orecchio e isolando l'udito dai rumori circostanti, di una quotidianeita' diventata piu' caotica e moderna, mi sforzavo di sentire se nell'aria circostante si scorgesse ancora il gracchiare stridulo e primitivo di qualche uccello preistorico. Ciao ciao.
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