giovedì 26 aprile 2018
TEMPO DI CASTAGNE.
Crescere a Cunardo e non farsi attrarre dalle ampie zone di bosco che fanno parte del nostro territorio non era da vero ragazzino cunardese. Luoghi di immaginarie avventure e fantasie, di esplorazioni, di capanne sempre in costruzione e dopo ogni temporale, abbandonate a se stesse. Il bosco e' sempre stato per noi luogo di liberta', di simbiosi con la natura e di rinnovate scoperte di qualcosa di sempre diverso. E diciamocelo pure, non eravamo a tiro dei nostri genitori per cui si faceva cio' che piu' ci sconfinferava. Io non sono mai stato un "fungiatt" e me ne vergogno. A parte la raccolta dei "Ciuditt" con mio padre in zona Tenda, sono andato per funghi solamente una volta. Mi porto' con se la Egloge. Grande conoscitrice di posti e appassionata fungaiola. Avro' avuto 12 anni. Partimmo col buio. Per me tutto cio' era fighissimo. Alla fine tornammo che ne avevo trovati quasi il doppio di lei. Ma la cosa non ebbe piu' un seguito. Peccato. Soprattuto con le stagioni estive e autunnali lo scopo per recarsi tra i boschi del circondario poteva essere o di solo divertimento, come invece a volte poteva essere per motivi di raccolta. Verso la fine dell'estate in coinciodenza con agosto e settembre, con dei pentolini ci recavamo per raccogliere mirtilli. Sapevamo gia' dall'anno precedente i punti in cui andare a colpo sicuro. Era una raccolta paziente e spesso li mangiavi sul posto perche' non avevi pazienza di farne provvista e portarli a casa. Quei pochi che arrivavano integri erano sufficienti per una ridotta pappetta schiacciata in un bicchiere con un cucchiaio, in aggiunta di poco zucchero. Le dita diventavano viola e la bocca spesso tradiva evidenti testimonianze di una golosa impazienza nel gustare le piccole bacche. Ma con l'inizio delle scuole, i boschi si animavano. Come si spargevano le prime voci di avvistamenti di castagne che raggiunta la maggiore eta', avevano lasciato il riccio di famiglia, ecco nel pomeriggio, pellegrinaggi nei boschi di intere famiglie, di solito senza l'esponente maschile che era impegnato con il lavoro, sciamavano per le zone di confine alla ricerca dei lucidi e meravigliosi frutti marroni. Ci si armava per prima cosa di un bastone. Coi coltellini in precedenza, ne avevamo inciso la corteccia in ghirigori personalizzati. Sarebbe diventato il bastone ufficiale anche in seguito. Non era per paura delle vipere o di malintenzionati. Ma perche' faceva figo e soprattutto con la punta ci allargavi i bordi del riccio che ancora schiuso non aveva liberato i frutti sul terreno e non ti pungevi. Di solito erano tre gli inquilini all'interno. Quella centrale era sempre piatta. L'annoressica della famiglia. Immancabilmente con discriminazione veniva scartata e lasciata abbandonata a se stessa sul percorso, anche se forse alla fine dei conti era quella che faceva la fine migliore. Si partiva scegliendo quale strada percorrere e quali boschi battere. Di solito la nostra scelta era quella che porta al tiro al piattello, passando per la corte dei Testolini e davanti alla casa dei Marchesi. Poi ci si spostava fino a coprire ampie zone e spesso scendevamo dai Runchitt dietro le scuole dopo un pomeriggio di raccolta. La cosa si ripeteva per i giorni a seguire. Ci si portavano sporte e cestini di ogni genere che non sempre si riusciva a riempire in un giorno, per l'affluenza regolare di gente che aveva gia' anicipato il tuo passaggio. Incontravi con facilita', le stesse persone che vedevi in paese. Chi gia' sulla via del ritorno con le sporte stracolme. A volte si trattavano di nonna, mamma e due marmocchi a seguito, di solito maschietto e femminuccia. Lui con bastoncino per combattere contro le foglie, trasformate in guerrieri assassini a sbarrargli il percorso, lei con l'immancabile mazzolino di fiori di bosco che gia' si stava seccando tra le sue manine. Incontravi donnine che col fazzoletto legato in testa e scarpe grosse, trasportavano ''sciuere" o fascine grandi come loro, che straboccavano di legna leggera e secca e magari in mano trascinavano un "sciucc". La raccolta proseguiva con pazienza. Si muovevano le foglie che a volte ti arrivavano al polpaccio se volevi raccogliere con comodita' quelle cadute, oppure riccio per riccio facevi si che le castagne saltassero fuori di forza aiutandoti coi piedi e col bastone. Durante la ricerca spesso e volentieri si mordeva di gia' una qualche castagna, cruda, meticolosamente sbucciata. Si toglieva la scorza, poi se avevi le unghie, pazientemente lavoravi di cesello a rimuovere tutta la sansa e mangiarne il crudo contenuto, dolciastro. Oppure se le unghie latitavano, impaziente, ti azzardavi a masticare lo stesso, sapendo che dopo pochi secondi lo avresti risputacchiato perche' di un amaro esagerato. Mi ricordo di una volta che al ritorno, optammo per la discesa del Castelvecchio al limitare della zona Calabria. Passata la casa dei Martinetti all'apropinquarsi della discesa, primo approccio con l'asfalto, io e i miei compagni di merende, percorremmo qualche passo e nel bel mezzo della pendenza, uno dei due sacchetti mi si apri' di sotto. Panico!! Sorpreso dalla cosa con un gesto inconsulto tentando di ovviare all'inconveniente, mollo la presa dell'altro sacchetto. Una colata lavica di castagne si propago' per tutta la discesa di via Castevecchio, sotto il mio sguardo impotente e atterrito. Non bestemmiai perche' io e Dio non eravamo ancora compagni di sbronze ne di battibecchi quotidiani come sarebbe succeso nei tempi a venire..Le osservai allontanarsi rotolando e rimbalzando giu' per la discesa. I miei amici cercarono di raccoglierne il piu' possibile ma ormai mi ero gia' arreso all' idea di dover tornare il giorno successivo per cercarne delle altre. Sigh. Non ci ritornai. Durante la raccolta, da evidenziare che nessuno rompeva nulla per divertimento, o abbandonava tracce di civilta' esaurite, sul territorio. Nei giorni successivi in molte corti di Cunardo cominciavano a fare la loro comparsa nelle corti, cassette di legno appoggiate ai muri delle case, con le castagne ben esposte al sole per seccare. Un bel colpo d'occhio, che con quello delle numerose lobbie di legno di cui era ricco il paese e le pannocchie appese al sole, davano al intero contesto un colpo d'occhio di magia cromatica. Mia madre aveva sempre preferito cuocerle e consumarle bollite, lessate insomma. Mia sorella Rosy le amava come caldarroste, nel latte caldo, ancora morbide. Piu' sbrigativo forse, ma meno magico che vedere una grossa pentola bucata e annerita crepitare e scoppiettare sul fuoco di un camino. E io il camino ce lo avevo e grosso allora. Con due panche laterali che accoglievano anche tre persone per una. Nella cucina di mia nonna Veronica su un gancio annerito, da anni di polente e piatti cotti direttamente sul fuoco, appendevamo una grossa padella e mentre ci si occupava di far il classico taglio per evitare che esplodessero, si attendeva di dare inizio al rituale di scintille e scoppiettio che era il preludio alla degustazione vera e propia. Nere, incenerite e con la scorza ormai secca e fragile, rovesciavamo le castagne sui fogli di giornale di vecchie copie de "LaNotte" e li' cominciava l'assalto. Dita nere che cercavano il morbidoso e saporito contenuto e istanti di socializzazione e calore famigliare, questo mi riportano alla mente quei momenti. In quelle settimane spesso al ritorno dal cinema dell'oratorio, la domenica pomeriggio, mentre l'imbrunire del tramonto domenicale, col sole che scende dietro il San Martino, chiudeva una settimana e ne metteva in cantiere una nuova, per i vicoli del Pozzo, del Mott e della Calabria non era inconsueto sentire l'odore delle caldarroste che cuocevano e disperdevano l'aroma dalle finestre delle case. Negli anni successivi, quando da anni ormai avevo smesso la tradizionle raccolta delle castagne all'inizio dell'autunno, vidi dei pulmann targati Brescia ormeggiare nel parcheggio della chiesetta. Ne scesero decine di corsari che armati di rastrelli e sacchi neri della spazzatura, lasciavano trasparire delle intenzioni piu'di bellicoso saccheggio dei nostri boschi, che non di allegra e gioiosa raccolta di castagne, prima di tornare alle navi e di riprendere il largo. Immaginavo come sarebbero calati tra i boschi e come irriguardosamente avrebbero lasciato insindacabili tracce del loro passaggio. Oggi non so se la tradizione si e' consumata. Non so se c'e' ancora la voglia di andare a raccoglierle. Forse solo ed esclusivamnte di chi abita gia in zona boschiva e con lo scopo di una passeggiata, forse coglie l'occasione di riempire qualche sacchetto. O forse sapere di trovarle gia' belle che pronte in sacchetti nei vari centri commerciali e supermercati e' piu' forte dello stimolo di lasciare la playstation o il pc per una bella camminata tra i boschi. Negli ultimi anni recinzioni, nuovi agglomerati abitati, sentieri obbligati, vecchie scorciatoie impossibilitate da percorrere, hanno fatto si che una passeggiata tra i boschi sembri una visita in Corea del Nord. Hanno tolto quella possibilita' di spaziare, di sentirsi libero entrando in un prato o transitando per un sentiero senza sentirsi osservati in modo sospetto da residenti del circondario. Sta di fatto che sono anni che non vedo cassette di castagne al sole a seccare e neppure quel profumo di poetico paese d'autunno di un tempo, e' tanto che non respiro piu'.
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